Inceneritore in Val Bormida, ora si ribella anche il mondo agricolo: “Vogliono nasconderlo nelle aree interne”

Fino a qualche mese fa qualcuno provava ancora a raccontarla come una questione “tecnica”. Una scelta quasi inevitabile per chiudere il ciclo dei rifiuti della Liguria. Ma adesso il fronte del dissenso si allarga sempre di più e supera perfino i confini regionali.

Dopo comitati, cittadini, amministratori locali e associazioni ambientaliste, ora a dire un no netto all’ipotesi dell’inceneritore tra Cairo e Cengio arriva anche il mondo agricolo piemontese. E non con parole morbide.

Marco Bozzolo, presidente provinciale di Cia Agricoltori Italiani sull’Unione Monregalese mette il dito proprio nella ferita più scomoda: la sensazione che si stia cercando di “nascondere” l’impianto in una zona interna, lontana dagli occhi della grande città che produce i rifiuti.

Una frase pesante, perché centra il cuore della polemica: se Genova produce la maggior parte dei rifiuti, perché il prezzo ambientale dovrebbe pagarlo la Val Bormida?

Bozzolo parla apertamente di un territorio “già segnato dalla vicenda Acna”, che oggi tenta faticosamente di rilanciarsi grazie anche agli investimenti agricoli, soprattutto nel settore vitivinicolo. Un territorio che prova a costruirsi una nuova identità tra agricoltura di qualità, turismo lento, paesaggio e recupero ambientale. E che invece rischia di ritrovarsi nuovamente marchiato come la pattumiera industriale del Nord Ovest.

Il punto politico più devastante delle dichiarazioni della Cia è però un altro. Secondo Bozzolo, la famosa “rosa” di siti possibili si sarebbe ristretta troppo rapidamente proprio su Cairo e Cengio, mentre sparivano quasi magicamente altre alternative più vicine ai grandi centri urbani.

Ed è qui che riemerge il grande sospetto che aleggia da mesi in valle: più che scegliere il luogo migliore dal punto di vista ambientale e logistico, si starebbe cercando il luogo politicamente più debole. Il posto dove protestare pesa meno. Dove ci sono meno voti, meno telecamere, meno fastidi.

Una logica antica: le aree interne come territori sacrificabili.

Da una parte convegni sul rilancio delle vallate, bandi contro lo spopolamento, incentivi al turismo rurale e alle giovani imprese agricole. Dall’altra camion di rifiuti destinati a salire ogni giorno dalla costa verso una valle già fragile dal punto di vista ambientale e infrastrutturale.

Bozzolo lo dice chiaramente: nel resto d’Europa impianti di questo tipo vengono collocati vicino alle grandi città che producono i rifiuti. Qui invece si immagina di trasportare tonnellate di immondizia lungo la Savona-Torino, già oggi congestionata, per portarle nel cuore della Val Bormida.

E poi c’è il tema che molti continuano a minimizzare: l’effetto psicologico ed economico sul territorio. Perché un conto è vendere vino, agriturismo e prodotti agricoli raccontando una valle che si è lasciata alle spalle l’incubo Acna. Un altro è farlo con un termovalorizzatore da decine e decine di migliaia di tonnellate all’orizzonte.

Il paradosso è tutto qui: mentre si spendono milioni per promuovere le Langhe, il Roero e le aree collinari limitrofe come simbolo di qualità ambientale e paesaggistica, si pensa di collocare un impianto industriale pesante a pochi chilometri da quei territori.

E non stupisce che anche dal Piemonte stiano iniziando a guardare con crescente preoccupazione a ciò che accade in Liguria.

Perché il confine amministrativo sulla carta non ferma né l’aria, né il traffico, né le conseguenze ambientali.

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