Inceneritore in Liguria, il progetto rischia di nascere già vecchio. Roma cambia le regole mentre la Regione tira dritto

Mentre la Regione Liguria continua la corsa verso la realizzazione del nuovo inceneritore, da Roma arriva una riforma che rischia di far vacillare le fondamenta economiche dell’intera operazione.

Il nuovo decreto sul federalismo fiscale modifica infatti il sistema della TARI premiando le imprese che scelgono di recuperare e riciclare autonomamente i propri rifiuti, riducendo così il quantitativo destinato al servizio pubblico. Un cambiamento apparentemente tecnico, ma che potrebbe incidere proprio sulla materia prima di cui un inceneritore ha bisogno: i rifiuti da bruciare.

La domanda, quindi, è inevitabile: ha senso investire centinaia di milioni di euro in un impianto che necessita di grandi quantità di rifiuti proprio mentre lo Stato introduce norme per ridurne la produzione e incentivarne il riciclo?

Una Regione che sembra andare controcorrente

Secondo il documento, mentre il Governo imbocca la strada della riduzione dei conferimenti al servizio pubblico, la Regione Liguria continua a perseguire un modello fondato sulla combustione di almeno 220.000 tonnellate di rifiuti ogni anno, con la possibilità di arrivare addirittura a 320.000 tonnellate includendo i rifiuti speciali.

Un investimento da circa 450 milioni di euro che, però, sembra poggiare su presupposti sempre più fragili.

Ma perché oggi la Liguria sente il bisogno di costruire un inceneritore?

Una delle risposte va cercata nei numeri della raccolta differenziata. Da anni il principale punto debole del sistema regionale è Genova, il Comune che produce la maggior quantità di rifiuti e che continua a registrare risultati nettamente inferiori rispetto a molte altre realtà liguri. In provincia di Savona numerosi Comuni hanno ormai superato il 70% di raccolta differenziata, mentre il capoluogo regionale continua a frenare la media complessiva della Liguria. Se Genova avesse raggiunto da tempo gli stessi livelli di differenziazione dei territori più virtuosi, probabilmente oggi il dibattito sull’inceneritore avrebbe avuto contorni ben diversi. È una riflessione che molti amministratori locali e comitati contrari all’impianto pongono da mesi: prima di costruire un forno da centinaia di milioni di euro, forse sarebbe stato più logico investire con decisione per colmare il ritardo del capoluogo.

Il vero problema: senza rifiuti l’impianto non sta in piedi

Un inceneritore non può funzionare “a mezzo servizio”.

Per essere economicamente sostenibile deve ricevere per decenni un flusso continuo di rifiuti. È questa la logica industriale sulla quale è stato costruito il bando ARLIR: garantire quantitativi costanti per consentire al concessionario di rientrare dell’investimento.

Ma il nuovo decreto va esattamente nella direzione opposta.

Se sempre più imprese sceglieranno il recupero autonomo, come lo stesso Governo intende incentivare, il quantitativo di rifiuti disponibile diminuirà progressivamente. E con esso potrebbe diminuire anche la sostenibilità economica dell’impianto.

Numeri che fanno riflettere

Lo stesso documento richiama simulazioni già note.

Con una raccolta differenziata al 65% e una quota del 10% destinata alla discarica, nel 2035 resterebbero da smaltire circa 212.500 tonnellate di rifiuti, praticamente la stessa quantità prevista come fabbisogno minimo dell’inceneritore.

Tradotto: il margine sarebbe già oggi ridottissimo.

Se poi il nuovo sistema fiscale spingerà davvero imprese e attività produttive a sottrarre ulteriori rifiuti al circuito pubblico, il rischio è che l’impianto venga progettato per bruciare rifiuti che, semplicemente, potrebbero non esserci più.

La Val Bormida continua a dire no

Intanto il territorio non è rimasto a guardare.

Le ipotesi che individuano l’ex ACNA di Cengio e Ferrania come possibili sedi dell’impianto hanno alimentato una crescente mobilitazione di cittadini, comitati e amministratori locali.

A questo si aggiungono la proroga del bando, il ricorso presentato da uno degli operatori interessati e le indiscrezioni sul possibile coinvolgimento di AMIU dopo la scelta iniziale di non partecipare. Tutti elementi che, secondo il documento, descrivono una procedura tutt’altro che lineare e condivisa.

Una scelta politica prima ancora che industriale

La sensazione è che la Regione stia continuando a inseguire un modello di gestione dei rifiuti che rischia di appartenere al passato.

Da una parte il Governo incentiva il recupero, il riciclo e la riduzione dei conferimenti; dall’altra la Liguria programma un impianto che, per sopravvivere economicamente, ha bisogno che quei conferimenti rimangano elevati per almeno venti o trent’anni.

È una contraddizione che non può essere liquidata come un dettaglio tecnico.

Prima di impegnare il territorio in un investimento destinato a incidere per decenni sulla politica dei rifiuti ligure, sarebbe forse opportuno fermarsi e verificare se il quadro normativo, economico e ambientale su cui il progetto è nato sia ancora quello di oggi o non appartenga già a ieri.

Perché costruire un inceneritore che rischia di nascere già sovradimensionato significherebbe scaricare sulle future generazioni il costo di una scelta che potrebbe rivelarsi sbagliata ancora prima dell’accensione del primo forno. Una riflessione che la politica regionale non dovrebbe ignorare.

Condividi

Lascia un commento