Inceneritore: il teatrino ligure dove nessuno lo vuole (a parole) ma tutti lo tengono in scena

C’è una parola che riassume alla perfezione questa vicenda: teatrino. Un copione ormai rodato, con ruoli ben assegnati e battute che cambiano appena, giusto per dare l’illusione del dibattito. Sull’inceneritore ligure va in scena da mesi la stessa commedia: tutti dicono di non volerlo, ma tutti continuano a farlo avanzare. Un passo alla volta, con prudenza lessicale e molta ipocrisia istituzionale.

Il primo atto: il “sasso nello stagno” (che sasso non è)

A lanciare l’idea non è un politico, ma il liquidatore di Ferrania Technologies. Una mossa tutt’altro che neutra. Dagli uffici parte la suggestione: Ferrania sarebbe “un’ottima opportunità” per l’inceneritore, con tanto di contatti dichiarati con Iren. (Non ha nulla da dire l’amministratore unico del parco tecnologico Val Bormida srl avv. Francesco Legario, uomo di fiducia della Lega????).

Il messaggio è chiaro: area industriale, autostrada vicina, biodigestore già presente, sinergie possibili. Tradotto: un impianto che rende più vendibili terreni oggi difficili da piazzare. Altro che pianificazione dei rifiuti: qui si parla di valorizzazione immobiliare mascherata da strategia ambientale.

Il fatto che l’idea arrivi da un liquidatore – e non da un’istituzione eletta – non è un dettaglio, ma il cuore del problema: si manda avanti un soggetto “tecnico” per testare il terreno, lasciando la politica al riparo.

Il secondo atto: lo stop che non chiude la porta

 Arriva puntuale la risposta del sindaco di Cairo Montenotte, Paolo Lambertini: no, grazie. Dichiarazione netta, toni fermi, porte ufficialmente chiuse.

Ma anche qui il copione è noto: lo stop è territoriale, non politico. Non si discute il modello regionale dei rifiuti, non si mette in discussione la necessità dell’impianto.

 Il terzo atto: la “voce della ragione”

 Entra in scena il presidente della Provincia, Pierangelo Olivieri, nel ruolo più delicato: quello del realista responsabile. Nessun sì, nessun no. Solo un invito a “superare gli slogan”, a non farsi guidare dai comitati, a “fare un punto concreto”.

Peccato che questa postura, ormai ricorrente, finisca per avere un solo effetto pratico: tenere aperta l’ipotesi. Perché quando tutto è “da valutare”, tutto resta possibile. E il termovalorizzatore resta lì, sospeso, ma mai escluso.

La Val Bormida viene così descritta come territorio che non può vivere di turismo e outdoor, ma nemmeno di inquinamento. Una frase che suona bene, ma che evita accuratamente di dire che modello industriale alternativo si vuole davvero.

 Il quarto atto: l’opposizione che alza la voce (dopo)

 Il Partito Democratico interviene duro, parlando di spettacolo “quasi patetico”, accusando la Regione di incapacità e Olivieri di ambiguità. Tutto vero, per carità. Ma anche qui il tempismo è rivelatore: la critica arriva quando il teatrino è già avviato, non quando si costruiva il bando, non quando si decideva la taglia dell’impianto, non quando si rinviavano le politiche serie di riduzione dei rifiuti.

Il risultato è una polemica a posteriori che alimenta il rumore, non la soluzione.

Il finale (provvisorio): tutti contro, nessun colpevole

E così si chiude l’ennesima puntata.

Il liquidatore fa il suo mestiere.

Il sindaco difende il suo Comune.

La Provincia invita alla “maturità”.

Il PD attacca la Regione.

La Regione tace o rinvia.

Nel frattempo, l’inceneritore resta sul tavolo. Nessuno lo vuole davvero, ma nessuno lo toglie di mezzo. Nessuno si assume la responsabilità politica di dire: questa strada non la percorriamo. E soprattutto nessuno spiega perché, dopo anni di annunci su economia circolare, riduzione dei rifiuti e differenziata spinta, si continui a ragionare come se l’unica soluzione fosse bruciare.

Questo non è confronto. È una presa in giro istituzionale, dove il dibattito serve solo a far digerire una scelta che nessuno ha il coraggio di rivendicare apertamente.

E finché il copione resterà questo, la Val Bormida non avrà né chiarezza né rispetto. Solo repliche.

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