Da mesi la Regione Liguria ripete che “il tempo stringe”, che “la discarica di Scarpino nel 2030 non potrà più prendere un grammo di rifiuti”, che “serve un impianto di chiusura del ciclo”. Tutto vero. Peccato che manchi il dettaglio fondamentale: dove?
E così, mentre le linee guida regionali sbandierano la necessità di un inceneritore (anzi due, in una versione preliminare del piano), il presidente Bucci accelera: entro fine anno vuole pubblicare il bando. E dentro quel bando, dice, ci sarà “una rosa di proposte territoriali”. Traduzione: scelga chi vuole ospitarlo.
Ma qui iniziano i problemi. Perché nessuno lo vuole.
Scarpino, l’ipotesi “naturale” che piace solo a metà
Il presidente parla di Scarpino come se fosse l’opzione più logica: storicamente area di trattamento rifiuti, grandi spazi, collegamenti adeguati. Ma c’è un piccolo ostacolo: negli ultimi dieci anni il terreno ha già dato segni di instabilità, problemi tecnici, ritardi nei cantieri del trattamento meccanico, cedimenti che hanno fatto saltare più di un cronoprogramma.
E soprattutto c’è un altro fatto: i cittadini della Valbisagno e dei quartieri collinari hanno detto chiaro e tondo che non ci stanno. In pochi giorni la petizione su Scarpino ha superato le 800 firme. E siamo solo all’inizio.
Vado Ligure: tutti la nominano, nessuno la vuole nominare davvero
Poi c’è Vado, la grande non-detta. Un territorio già appesantito: Tirreno Power, porto in espansione, logistica pesante, traffico, rumore, impatti accumulati negli anni. Proporre Vado significherebbe aprire un fronte politico esplosivo.
Tanto lì sono già abituati.
Certo, qualcuno a Genova ci spera: “Vado ha spazi, Vado è vicina al porto”. Ma Vado, evidentemente, ha anche una memoria.
Val Bormida: il paradosso della “terra di nessuno”
E c’è poi la terza ipotesi, quella che riemerge ogni volta che il tema scotta: Val Bormida.
Una zona già sacrificata negli anni dell’Acna, e che ogni tanto torna utile quando serve un’area “periferica” da sacrificare in nome dell’interesse regionale. Un inceneritore farebbe piacere a molti imprenditori della zona e poi c’è già il biodigestore.
La politica regionale si lava le mani: “Noi il bando lo pubblichiamo, poi vedete voi”
La maggioranza che sostiene Bucci è tutt’altro che compatta. C’è chi dice che la Regione stia scaricando la scelta sui Comuni, chi critica la mancanza di una visione industriale, chi ricorda che la pianificazione prevedeva due impianti intermedi e non un mega-termovalorizzatore unico.
E c’è chi, più semplicemente, nota l’ovvio: “Se c’è un Comune disponibile, si farà lì”.
Peccato che nessun Comune sia disponibile.
Un dettaglio che il presidente sembra considerare secondario.
E i tempi? Disperatamente stretti
Il 2030 è domani. La discarica di Genova chiude ai conferimenti.
E negli ultimi vent’anni la Liguria non ha realizzato nemmeno un impianto serio di chiusura del ciclo.
Tutto è stato rinviato, tamponato, spostato in avanti, in una perenne emergenza strutturale.
Ora lo schema è questo: o si trova un territorio disposto a ospitare il termovalorizzatore, o la Liguria si ritroverà a esportare rifiuti fuori regione pagando cifre astronomiche.
E questo lo sanno tutti.
Il nocciolo: non è solo un problema tecnico, ma politico
Manca una scelta chiara.
Manca una proposta strutturata.
Manca una strategia su come ridurre i rifiuti, aumentare la differenziata, evitare di costruire impianti sovradimensionati che rischiano di diventare obsoleti.
E manca soprattutto una cosa: chi si assume la responsabilità di dire: sì, lo prendiamo noi.
Perché finché l’alternativa è “Val Bormida, Vado o Scarpino”, senza un piano credibile e senza una guida politica forte, la Regione potrà anche correre, pubblicare bandi, fare conferenze stampa.
Ma l’inceneritore, almeno per ora, rimane un progetto sulla carta.
La domanda non è più se la Liguria avrà un inceneritore.
La domanda è dove, quando e soprattutto chi avrà il coraggio di dirlo chiaramente.
Per ora, la risposta è semplice: nessuno.






