Inceneritore , finalmente si guarda verso Genova: la Val Bormida non è la pattumiera della Liguria

Il Consiglio regionale approva l’ordine del giorno per un tavolo permanente tra Regione e Comune di Genova sulla realizzazione del termovalorizzatore. Dopo mesi di ipotesi concentrate soprattutto sulla Val Bormida, il problema torna là dove una parte consistente dei rifiuti viene prodotta. Ma attenzione: un tavolo non è ancora una scelta del sito.

Qualcosa si muove. E questa volta la direzione merita attenzione.

Il Consiglio regionale della Liguria ha approvato l’ordine del giorno n. 400, presentato da Federico Bogliolo di Vince Liguria e sottoscritto anche da esponenti della maggioranza, che impegna la Giunta regionale a istituire, insieme al Comune di Genova, un tavolo istituzionale permanente dedicato alla programmazione e alla realizzazione dell’inceneritore.

Non è ancora la decisione di costruirlo a Genova.

Non significa che la Val Bormida sia definitivamente uscita dalla partita.

Ma politicamente è un passaggio tutt’altro che irrilevante.

Per mesi il dibattito sembrava procedere lungo una strada quasi obbligata: la Liguria deve chiudere il ciclo dei rifiuti, serve un grande impianto e, quando si cominciava a parlare di dove collocarlo, comparivano puntualmente Cengio, Bragno, Ferrania e quindi la Val Bormida.

Come se fosse naturale.

Come se un territorio che porta sulle spalle una lunga storia industriale e ambientale dovesse avere anche il compito di risolvere il problema dei rifiuti prodotti altrove.

Ora qualcosa cambia.

Il problema arriva a Genova

L’ordine del giorno approvato porta infatti direttamente al tavolo il Comune di Genova.

Ed è difficile sostenere che il capoluogo possa essere soltanto spettatore della vicenda.

I dati ufficiali della Regione dicono che nel 2025 in Liguria sono state prodotte complessivamente 838.295 tonnellate di rifiuti urbani. La Città metropolitana di Genova resta inoltre il territorio ligure con la percentuale più bassa di raccolta differenziata: 57,69%, contro una media regionale del 62,33%.

Genova città partiva da una situazione ancora più problematica: AMIU certificava per il 2024 una raccolta differenziata del 50,37%.

Numeri che aiutano a comprendere perché il capoluogo non possa considerare la chiusura del ciclo dei rifiuti semplicemente un problema da risolvere cercando qualche territorio disponibile nell’entroterra ligure.

Durante il dibattito Bogliolo ha sostenuto che circa due terzi dei rifiuti destinati al futuro termovalorizzatore proverrebbero da Genova. È un’affermazione politica e tecnica che andrà verificata quando saranno definite taglia dell’impianto e flussi destinati alla combustione: non va confusa con il dato complessivo della produzione ligure.

Ma il principio politico posto sul tavolo è chiarissimo: se una parte rilevante del materiale destinato all’impianto arriva dal Genovesato, Genova deve partecipare direttamente alla ricerca della soluzione.

La Val Bormida, intanto, ha detto no

Ed è probabilmente questo l’altro elemento che ha modificato lo scenario.

La reazione della Val Bormida non è stata quella di qualche comitato isolato.

Sindaci, amministratori, associazioni, cittadini e realtà economiche hanno progressivamente costruito un fronte contrario che ha oltrepassato persino il confine regionale, coinvolgendo i Comuni piemontesi dell’Alta Langa e della Valle Bormida.

Il messaggio arrivato dal territorio è stato semplice: la Val Bormida non intende accettare passivamente una decisione presa a Genova per risolvere prevalentemente un problema genovese.

E nel Consiglio regionale questa contraddizione è finalmente emersa.

Roberto Arboscello ha ricordato che molti dei Comuni contrari all’ipotesi valbormidese sono amministrati proprio dal centrodestra e ha chiesto perché un tavolo di confronto non sia stato istituito anche con la Val Bormida.

Una domanda che resta sul tavolo.

Perché se il confronto istituzionale è indispensabile con Genova, lo è altrettanto con i territori indicati negli studi preliminari come possibili sedi dell’impianto.

E adesso Genova non può limitarsi a dire no

La maggioranza regionale prova così a mettere il Comune di Genova davanti alle proprie responsabilità.

Lilli Lauro di Fratelli d’Italia ha sostenuto in aula che continuare a trasferire rifiuti fuori dal territorio comporta costi che finiscono sulle bollette di cittadini e imprese e ha chiesto che Regione e Comune arrivino insieme a una soluzione.

Bogliolo è stato ancora più esplicito: dopo il netto dissenso espresso dalla Val Bormida, secondo il consigliere Genova non può voltarsi dall’altra parte.

Matteo Campora ha posto la questione negli stessi termini: se Genova non intende farsi carico dell’impianto, deve spiegare quale alternativa propone e dove ritiene debbano essere trattati i rifiuti.

È probabilmente questa la novità politica della giornata.

Non la vittoria di qualcuno e neppure la sconfitta di qualcun altro.

Piuttosto la fine, almeno sulla carta, di un’equazione che per troppo tempo era sembrata scontata: problema dei rifiuti liguri = impianto in Val Bormida.

Ma il tavolo non basta

Attenzione però a non festeggiare troppo presto.

Un ordine del giorno non costruisce un impianto e soprattutto non cancella le localizzazioni precedentemente prese in considerazione.

La Val Bormida quindi farebbe male ad abbassare la guardia.

Il tavolo con Genova rappresenta un passaggio politico importante proprio perché introduce una domanda che avrebbe dovuto essere posta dall’inizio: prima di chiedere a un altro territorio di ospitare un grande impianto, è stato verificato fino in fondo se possa essere realizzato vicino al principale bacino di produzione dei rifiuti destinati a quell’impianto?

È una domanda alla quale adesso Regione e Comune di Genova dovranno rispondere con dati, siti, studi ambientali, infrastrutture necessarie, costi e flussi reali.

Non con slogan.

Una cosa, però, la Val Bormida l’ha già ottenuta

Qualunque sarà il risultato finale, la mobilitazione di questi mesi ha prodotto un primo risultato politico: ha impedito che l’ipotesi Val Bormida passasse nel silenzio come una soluzione già scritta.

Adesso si parla di Genova.

Si istituisce un tavolo con Genova.

Si chiede a Genova quale parte intenda assumersi nella chiusura del ciclo.

Ed è esattamente ciò che avrebbe dovuto accadere prima ancora di mettere sulla cartina Cengio, Bragno o Ferrania.

Perché la chiusura del ciclo dei rifiuti è certamente un problema regionale.

Ma proprio per questo non può diventare il problema di un solo territorio scelto perché più lontano, meno popoloso e politicamente più facile da sacrificare.

La Val Bormida ha fatto sapere di non considerarsi disponibile a quel ruolo.

Ora la parola passa anche a Genova.

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