Inceneritore, Bucci scopre Genova: e per una volta ha ragione

Ci sono dichiarazioni politiche che fanno discutere e altre che, indipendentemente dal colore politico, meritano di essere riconosciute come corrette. Quelle pronunciate dal presidente della Regione Liguria Marco Bucci sul tema del termovalorizzatore appartengono alla seconda categoria.

«Genova è responsabile dell’80% del materiale che va nei termovalorizzatori fuori regione. È molto difficile che si possa dire: a Genova non facciamo nulla, diamo a un altro Comune l’80% dei rifiuti della Liguria. Chi è responsabile deve darsi da fare, tirarsi su le maniche e risolvere i problemi».

Parole nette, difficili da contestare.

Se Genova produce la stragrande maggioranza dei rifiuti liguri destinati all’incenerimento, è difficile sostenere che il problema debba essere risolto in Val Bormida, nel Savonese o in qualsiasi altro territorio della regione. Prima ancora della politica, è una questione di logica e di responsabilità.

Da anni i cittadini delle aree periferiche sentono parlare di impianti, servitù ambientali e sacrifici necessari per l’interesse collettivo. Eppure il principio affermato oggi da Bucci è semplice: chi produce il problema dovrebbe essere il primo a farsi carico della soluzione.

Proprio per questo le sue parole assumono un peso particolare. Non arrivano da un oppositore dell’inceneritore, ma da chi sostiene la necessità di chiudere il ciclo dei rifiuti attraverso un termovalorizzatore. E proprio per questo risultano ancora più significative.

Resta però una domanda inevitabile: se questo ragionamento è così evidente oggi, perché non è stato posto con la stessa forza durante i dieci anni trascorsi da Bucci alla guida del Comune di Genova?

Perché per anni si è parlato genericamente di siti possibili senza affermare con altrettanta chiarezza che il territorio genovese, producendo l’80% dei rifiuti, avrebbe dovuto essere il primo candidato a ospitare l’impianto?

Sono interrogativi legittimi che restano sul tavolo.

Ma una cosa va riconosciuta: sul principio espresso in queste ore dal presidente della Regione c’è poco da discutere. Se Genova genera la gran parte dei rifiuti liguri, non può pretendere che siano sempre gli altri a sopportarne le conseguenze.

Se il territorio che produce la maggior parte dei rifiuti si chiama fuori, diventa complicato convincere gli altri a farsi carico del problema.

Sul piano politico emerge inoltre una frattura evidente tra la Regione e l’amministrazione guidata da Silvia Salis. Da una parte Bucci e Giampedrone sostengono che Genova debba assumersi le proprie responsabilità; dall’altra il Comune continua a prendere tempo, rinviando ogni decisione all’individuazione di un progetto e di un sito.

Nel frattempo il bando è stato prorogato al 20 luglio. Ufficialmente per ragioni tecniche. Ufficiosamente perché il dossier appare ancora lontano da una soluzione condivisa.

Resta quindi la domanda di fondo: se oggi Bucci ritiene che sia poco etico chiedere ad altri territori di gestire i rifiuti prodotti da Genova, perché questo principio non è diventato una priorità durante i suoi dieci anni a Palazzo Tursi?

Una domanda che molti cittadini liguri probabilmente si stanno ponendo e che meriterebbe una risposta chiara. Perché la memoria, in politica, dovrebbe valere almeno quanto i rifiuti: non la si può semplicemente trasferire da qualche altra parte quando diventa scomoda.

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