Il mostro è arrivato. E questa volta lo chiamano sviluppo

Undici serbatoi, migliaia di camion, rischi evidenti. Ma per istituzioni e autorità va tutto bene. Anzi, benissimo.

C’è una parola che torna sempre, quando si vuole far digerire qualcosa che altrimenti nessuno accetterebbe: sviluppo.
E così anche il deposito di GNL tra Bergeggi e Vado Ligure diventa improvvisamente una “opportunità”.

Peccato che, a guardarlo bene, assomigli molto più a un rischio industriale piazzato in uno dei tratti più delicati e belli della costa ligure.

Undici serbatoi grandi come palazzi. Una superficie pari a un campo da calcio. Circa 100 navi all’anno.
Oltre 7.200 autocisterne. E centinaia di container ferroviari pieni di gas.

Non è sviluppo.
È una piattaforma energetica pesante incastrata tra spiagge, centri abitati e infrastrutture già al limite.

Il grande silenzio

La cosa più impressionante non è nemmeno il progetto in sé.
È il silenzio che lo circonda.

Il comitato “Fermiamo il mostro” chiede una sospensiva al TAR, denuncia mancate risposte ministeriali, segnala criticità evidenti.
Il Comune di Bergeggi prova a opporsi.
Vado accenna qualcosa, timidamente.

Poi basta.

Silenzio.

Da Savona in giù, passando per tutti i territori che vedranno transitare ogni giorno camion carichi di GNL, nessuno alza davvero la voce.
Nessuna mobilitazione istituzionale seria.
Nessuna presa di posizione forte.

Regione e Autorità portuale? Hanno già deciso: si fa.

Il rischio? Normalizzato

Ci raccontano che è tutto sotto controllo.
Sempre.

Come sempre era “sotto controllo” anche la petroliera Seajewel, colpita a pochi metri dalla costa.
Un episodio che ha sfiorato il disastro ambientale.

Ma qui il problema è più grande.
Perché qui il rischio non è occasionale: è strutturale.

  • Navi metaniere da tutto il mondo
  • Cisterne che attraversano autostrade e gallerie
  • Traffico su strade già congestionate
  • Movimentazione ferroviaria in un nodo fragile

Basta un incidente. Uno solo.
E il “modello di sviluppo” si trasforma in emergenza.

E allora la domanda è semplice:
chi si prende la responsabilità?

Il territorio sacrificato (ancora)

La Liguria ha una strana specializzazione: concentrare tutto nello stesso posto.

Porti, piattaforme, depositi, traffico pesante, impianti energetici.
Sempre qui. Sempre nello stesso pezzo di costa.

Sempre tra Savona, Vado e la Val Bormida.

Altrove si discute. Qui si realizza.

Altrove si valutano alternative. Qui si accelera.

È la logica del territorio sacrificabile. Quello che può sopportare tutto.

La vera questione: chi decide?

Il punto non è nemmeno essere pro o contro il GNL.
Il punto è un altro.

Chi decide davvero?

I comuni fanno osservazioni.
I cittadini protestano.
I comitati studiano carte, presentano documenti.

Poi arrivano i ministeri, firmano, e tutto diventa inevitabile.

Senza una vera discussione pubblica.
Senza un confronto reale sui rischi.
Senza risposte alle osservazioni.

È questa la parte più grave.

Perché non è solo un impianto.
È un metodo.

Ultima chiamata

Ora si parla di sospensiva al TAR.
Forse l’ultima possibilità.

Ma il tempo è già scaduto, o quasi.

E allora resta una domanda, la più scomoda: quando inizieranno i lavori, chi avrà il coraggio di dire che non sapeva?

Perché questa volta non si potrà dire.

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