E in fondo basta guardarli senza audio, come si fa con certi vecchi film muti, per capirlo subito: la politica è diventata teatro. Non nel senso nobile del termine, ma proprio nel senso di palcoscenico, quinte, copione e pubblico da tenere buono fino alla fine dello spettacolo.
La notizia riportata da Il Fatto Quotidiano è quasi una scena perfetta di questo teatro dell’assurdo: la sindaca di Genova Silvia Salis che a Milano partecipa alla presentazione del libro “L’Antidoto, manifesto dell’ottimismo” di Claudio Cerasa, direttore del Foglio, edito da Silvio Berlusconi Editore. Accanto a lei, sul palco, il sindaco di Milano Giuseppe Sala – che evidentemente non si accontenta di aver già reso omaggio a Renzi all’assemblea di Italia Viva – e Roberto Occhiuto, presidente della Calabria e vicepresidente di Forza Italia. Manca solo il suggeritore nascosto dietro le quinte e la scenografia è completa.
Un’immagine che vale più di mille analisi politiche. Perché lì, tutti insieme, non ci sono più “avversari”, “schieramenti”, “campi larghi” o “barricate ideologiche”: ci sono amministratori che condividono lo stesso salotto, lo stesso linguaggio, la stessa idea di mondo. E Occhiuto, con una sincerità quasi involontaria, lo dice anche apertamente: esiste “una domanda di liberismo e riformismo” che Sala e Salis ascoltano. E, aggiungiamo noi, non sembrano affatto disdegnare.
Altro che destra e sinistra. Qui siamo alla rappresentazione plastica della morte delle ideologie. Restano solo le etichette, come nei vecchi negozi di alimentari: la confezione dice “progressista”, ma dentro c’è lo stesso prodotto che trovi anche sugli scaffali del “moderato”, del “riformista”, del “liberale responsabile”. Cambia il packaging, non la merce.
La politica si è trasformata in una serie televisiva di lunga durata: stessi personaggi che cambiano ruolo a seconda della stagione, oggi antagonisti, domani alleati, dopodomani “dialoganti”. Un giorno si urla contro il sistema, il giorno dopo si presenta un libro con l’editore simbolo di quel sistema. E tutto senza imbarazzo, senza spiegazioni, senza nemmeno la fatica di fingere una coerenza.
Come dice un mio caro amico, molto più saggio di tanti editorialisti: è tutto un teatrino. I politici non governano più, interpretano. Recitano la parte del riformatore, del progressista, del civico, del liberale, del “responsabile”, a seconda del pubblico che hanno davanti. Stesso copione, cambiano solo i costumi.
E noi cittadini siamo diventati la platea stanca che applaude per abitudine, anche quando la trama è prevedibile, gli attori sempre gli stessi e il finale già scritto: qualunque sia la parte che dichiarano di recitare, alla fine dello spettacolo la linea resta una sola. Quella del potere che parla sempre con la stessa voce, anche quando finge di litigare con sé stesso.
Con una differenza rispetto al teatro vero: lì almeno, quando cala il sipario, sai che era finzione. Qui invece la finzione governa davvero.





