Il fronte del “no” non va in ferie: la Val Bormida continua la mobilitazione contro l’inceneritore

Il fronte contrario all’inceneritore in Val Bormida non si ferma certamente per le ferie. Dopo i quattro giorni di presenza a Cairo Medievale, con oltre 4.000 volantini distribuiti e migliaia di persone incontrate, il Comitato NO Inceneritore – Valle Bormida Ligure e Piemontese annuncia nuove iniziative nelle sagre e nelle manifestazioni di Bragno, Carcare, Cortemilia e di altri centri del territorio.

L’obiettivo è sensibilizzare i cittadini, illustrare le ragioni della protesta e ribadire la netta contrarietà alla costruzione di un impianto che rischierebbe di condizionare il futuro dell’intera vallata. Una zona che ha già pagato un prezzo altissimo, sotto il profilo ambientale e sanitario, per le scelte industriali del passato e che ancora oggi deve convivere con attività produttive, siti da bonificare e pesanti eredità ambientali.

Rifiuti e camion da tutta la Liguria

Un inceneritore di dimensione regionale comporterebbe inevitabilmente il trasferimento in Val Bormida di enormi quantità di rifiuti provenienti da altre parti della Liguria. Prima ancora di discutere delle emissioni dell’impianto, bisognerebbe quindi valutare l’impatto del trasporto: centinaia di mezzi pesanti, maggiore traffico, rumore, consumo delle strade e ulteriore inquinamento atmosferico.

Quanti camion transiterebbero ogni giorno? Attraverso quali strade? Con quali interventi sulla viabilità e a spese di chi? Sono domande che non possono essere liquidate con qualche rassicurazione generica.

Esistono poi le preoccupazioni legate alle emissioni: polveri sottili e ultrafini, ossidi di azoto, metalli pesanti, diossine e altre sostanze che richiederebbero controlli continui, trasparenti e indipendenti. Il punto non è sostenere che ogni impianto produca automaticamente una catastrofe, ma domandarsi perché una vallata già gravata da una pesante storia industriale dovrebbe accollarsi anche questo nuovo rischio.

Bruciare non significa far sparire i rifiuti

L’incenerimento non rappresenta la completa “chiusura del ciclo”, perché i rifiuti non scompaiono nel nulla. Dal processo rimangono scorie pesanti e ceneri leggere, queste ultime più problematiche e da gestire in impianti autorizzati. Complessivamente i residui possono rappresentare circa il 20-30 per cento del peso dei rifiuti trattati.

Dove verrebbero portati? In quale discarica? Con quanti altri viaggi? E quanto costerebbe il loro trattamento?

Sono interrogativi fondamentali, soprattutto considerando che la Liguria dispone di spazi limitati e ha già notevoli difficoltà nella gestione dei propri rifiuti.

A tutto questo si aggiungerebbe il possibile effetto sull’immagine e sull’economia della zona. La sola presenza di un grande inceneritore potrebbe incidere sull’attrattività turistica e agricola della Val Bormida e sulla percezione del valore degli immobili. Anche questi aspetti dovrebbero essere valutati seriamente, senza fingere che l’impianto sorgerebbe in un deserto privo di abitanti, aziende agricole e attività economiche.

L’alternativa parte dalla raccolta differenziata

Un’alternativa esiste, ma richiede programmazione e volontà politica: raccolta differenziata spinta e di qualità, riduzione dei rifiuti all’origine, riuso, riciclo, tariffazione puntuale e impianti adeguati per recuperare la maggiore quantità possibile di materia.

Gli impianti di trattamento meccanico-biologico possono contribuire a separare e stabilizzare la frazione residua, mentre la digestione anaerobica deve essere utilizzata per trattare correttamente la frazione organica. Nessuna tecnologia, da sola, risolve il problema: serve un sistema integrato fondato sull’economia circolare e sulla responsabilizzazione di cittadini, imprese e amministrazioni.

Il vero nodo resta Genova, che produce una quota rilevante dei rifiuti liguri ma continua a registrare livelli di raccolta differenziata insufficienti. Il ritardo si è accumulato durante le amministrazioni di centrodestra guidate da Marco Bucci e non può essere ignorato dalla nuova amministrazione di centrosinistra della sindaca Silvia Salis.

Il capoluogo deve accelerare, invece di pensare di trasferire altrove le conseguenze delle proprie inefficienze. Non è accettabile che Genova produca i rifiuti e che la Val Bormida debba ricevere camion, impianto, emissioni e scorie.

Un impianto costoso che vincolerebbe il territorio per decenni

Un grande inceneritore richiede investimenti enormi e tempi lunghi: tra progettazione, autorizzazioni, gara, ricorsi e costruzione potrebbero trascorrere sei o sette anni prima dell’entrata in funzione a pieno regime.

Inoltre, per risultare economicamente sostenibile, l’impianto avrebbe bisogno di ricevere per molti anni una quantità costante di rifiuti. Si rischierebbe così di creare una contraddizione: da una parte si promette di aumentare la differenziata e ridurre i rifiuti, dall’altra si costruisce una macchina che, per ripagare il proprio costo, deve essere alimentata continuamente.

L’Unione Europea colloca prevenzione, riuso e riciclo ai primi posti della gerarchia dei rifiuti, mentre smaltimento in discarica e incenerimento senza un adeguato recupero occupano i gradini più bassi. Anche la possibile estensione agli inceneritori dei costi legati alle emissioni di CO₂ potrebbe rendere questa scelta ancora più onerosa, con il rischio che il conto finisca, ancora una volta, nelle bollette Tari dei cittadini.

La mobilitazione del Comitato continuerà quindi durante tutta l’estate. La Val Bormida non chiede di nascondere i rifiuti sotto il tappeto, ma pretende una politica moderna, trasparente e fondata sulla riduzione e sul recupero della materia.

Dopo aver già pagato per decenni le conseguenze di decisioni prese altrove, il territorio non vuole diventare il camino della Liguria. E questa volta intende far sentire la propria voce prima che le decisioni vengano prese, non quando sarà ormai troppo tardi.

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