E se il degrado non fosse solo una conseguenza, ma una strategia?
Un’arma silenziosa, comoda, spesso bipartisan, usata per ottenere benefici da una parte e per giustificare incapacità dall’altra.
L’idea può sembrare cinica, ma osservando molte vicende locali — soprattutto a Savona — il dubbio diventa più che legittimo: il degrado non sempre è un incidente. A volte è un investimento.
Il degrado che prepara il cemento
Il copione è noto.
Un’area viene lasciata andare: manutenzione zero, incuria, abbandono, insicurezza percepita. Nessun progetto pubblico, nessuna visione, nessuna tutela. Il degrado cresce, diventa evidente, quasi “insopportabile”.
A quel punto entra in scena il salvatore:
“Meglio un bel condominio che questo schifo”.
Ed ecco che il palazzone diventa la soluzione, non il problema. Il cemento si traveste da riqualificazione, l’interesse privato da bene pubblico. Spesso con la benedizione — esplicita o silenziosa — delle amministrazioni.
A Savona gli esempi non mancano: zone lasciate marcire per anni, improvvisamente riscoperte solo quando diventano appetibili per il mercato immobiliare.
Il degrado, in questo schema, non è un fallimento: è la premessa narrativa del progetto.
Spiagge libere: l’incuria come alibi perfetto
Lo stesso meccanismo lo vediamo oggi sulle spiagge libere, con il caso di Spotorno che è solo l’ultimo capitolo di una storia che attraversa tutta la Riviera.
Spiagge libere sporche, senza servizi, senza pulizia regolare, senza controlli.
Poi arriva il messaggio, sempre lo stesso:
“Vedete? Senza stabilimenti balneari le spiagge diventano così”.
Peccato che il degrado delle spiagge libere non sia un fenomeno naturale.
Se le amministrazioni o le autorità competenti non garantiscono pulizia, manutenzione e servizi minimi, stanno offrendo ai concessionari il miglior argomento possibile.
Il degrado diventa propaganda: non dimostra che il pubblico non funziona, ma che non viene fatto funzionare.
Industria e ambiente: quando “inquina meno” diventa sufficiente
La stessa logica si ripete anche sul piano industriale e ambientale, ed è forse qui che il meccanismo appare più evidente.
Prendiamo il caso di Cairo Montenotte.
Un territorio che da decenni paga un prezzo altissimo in termini ambientali e sanitari. Ma invece di porsi una domanda radicale — come ridurre davvero l’impatto, come riconvertire, come spezzare il ciclo delle servitù ambientali — la risposta proposta è un’altra:
Al posto di un impianto che inquina molto, ne facciamo uno che inquina meno, un inceneritore.
E così l’inquinamento non viene messo in discussione: viene normalizzato.
Il confronto non è più tra inquinare e non inquinare, ma tra inquinare tanto e inquinare un po’ meno.
Una volta accettato che il danno sia inevitabile, qualunque riduzione diventa una vittoria narrativa.
Il degrado ambientale e sanitario accumulato negli anni diventa l’alibi perfetto per nuove scelte impattanti, purché raccontate come “migliori del passato”. Ma il territorio resta prigioniero della stessa logica: sempre sacrificabile, sempre disponibile, sempre ultimo.
“È colpa dei cittadini”: l’ultima scorciatoia
Certo, esiste anche la maleducazione. Sarebbe ingenuo negarlo.
Ma qui entra in gioco l’ultima scorciatoia retorica: scaricare tutto sui cittadini.
Quante volte abbiamo sentito sindaci e assessori dire:
“La città è sporca per colpa degli incivili”.
Vero, in parte. Ma incompleto.
Una città governata non si limita a constatare la maleducazione: organizza, controlla, previene, pulisce, sanziona.
Quando questo non avviene — come sta accadendo in questo momento a Savona — il degrado diventa un comodo alibi politico. Serve a coprire inefficienze, ritardi, scelte sbagliate. E, paradossalmente, finisce per tornare utile: più degrado, più giustificazioni.
Il degrado come sistema
Alla fine il quadro è inquietante ma coerente:
- il degrado prepara il terreno per il cemento;
- il degrado legittima la privatizzazione degli spazi pubblici;
- il degrado assolve chi governa;
- il degrado normalizza anche l’inquinamento industriale.






