Il centrodestra savonese e la sindrome del Ponente

Savona – C’è una costante che attraversa da almeno vent’anni la storia del centrodestra savonese: l’incapacità cronica di decidere in autonomia. A Savona si vota, si discute, si milita, ma le decisioni vere – candidature, alleanze, strategie – arrivano quasi sempre da Ponente. Un riflesso condizionato che ha prodotto sconfitte, commissariamenti politici e una perenne subalternità territoriale.

Già nei primi anni Duemila il partito egemone del centrodestra, Forza Italia, non era guidato dalla città capoluogo ma da figure chiave del comprensorio costiero: Enrico Nan da Pietra Ligure e Pietro Oliva da Loano. Oggi lo schema non è cambiato, si è solo consolidato. Forza Italia è di fatto nelle mani del loanese Angelo Vaccarezza, mentre la Lega savonese da anni risponde alla regia di Paolo Ripamonti anche lui di Loano. Savona resta spettatrice.

Dal Ponente non arrivano solo indicazioni organizzative, ma spesso anche scelte politiche che hanno inciso sugli equilibri cittadini, comprese – secondo molti osservatori – intese sotterranee e accordi tattici con il Partito Democratico per orientare gli esiti elettorali. Un centrodestra che, più che alternativo, è apparso talvolta funzionale alla conservazione degli assetti esistenti.

Gli esempi non mancano. Emblematico il trattamento riservato a Piero Santi, sistematicamente marginalizzato nonostante sia in grado, da solo, di muovere oltre un migliaio di voti. Un peso elettorale che evidentemente disturba chi preferisce candidati più controllabili che competitivi. Non a caso, Savona ha visto negli anni una sequenza di candidati sindaco “sicuri perdenti”: dall’orefice Vincenzo Delfino a Paolo Marson, fino ad Angelo Schirru. Scelte che hanno garantito sconfitte onorevoli ma nessuna vera messa in discussione degli equilibri interni.

L’unica eccezione, la vittoria di Ilaria Caprioglio, è durata lo spazio di un’illusione. Appena eletta, la sindaca è stata immediatamente “messa sotto tutela”: da Forza Italia con il compianto Silvano Montando, e dalla Lega con Ripamonti e Berta. Un controllo politico costante che ha finito per logorare l’esperienza amministrativa e restituire l’immagine di una Savona commissariata anche quando governa il centrodestra.

Qualcosa, però, negli ultimi anni ha iniziato a incrinarsi. Un primo segnale è arrivato con l’uscita dei consiglieri Fabio Orsi e Daniela Giaccardi dalla lista “Toti per Savona” e il loro approdo alla lista civica PensieroLibero.zero, scelta che ha rotto la disciplina di apparato e messo in discussione il dogma della fedeltà al comando del Ponente.

Anche in Fratelli d’Italia, oggi forza trainante del centrodestra, la partita è tutt’altro che chiusa. È in corso una vera e propria resa dei conti tra il savonese Matteo Debenedetti, nuovo coordinatore cittadino, e un gruppo di potere ben radicato nel Ponente, guidato da Antonella Tosi. Una battaglia che non riguarda solo nomi e incarichi, ma una domanda di fondo: chi decide davvero il futuro politico di Savona?

Le prossime elezioni comunali diranno se il centrodestra savonese sarà finalmente capace di emanciparsi dalla “sindrome del Ponente” o se continuerà a essere una succursale politica, buona per portare voti ma non per esercitare potere. Perché senza autonomia, anche l’alternativa resta una parola vuota.

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