Il bilancio dell’area di crisi: solo ammortizzatori niente sviluppo

Solo pochi giorni fa il consigliere regionale Paolo Ripamonti rivendicava con soddisfazione gli oltre 100 milioni di euro investiti nell’Area di Crisi Industriale Complessa del Savonese. Una cifra importante, presentata come la dimostrazione dell’impegno delle istituzioni nel rilancio economico del territorio.

Una narrazione rassicurante. Almeno sulla carta.

Perché quando si parla di soldi pubblici, soprattutto di cifre così rilevanti, la domanda vera non è quanti milioni siano stati stanziati, ma quali risultati abbiano prodotto.

Quante nuove aziende si sono insediate nel Savonese grazie a questi finanziamenti?

Quanti posti di lavoro stabili sono stati creati?

Quanti giovani hanno trovato un’occupazione senza essere costretti a lasciare la provincia?

Domande semplici, legittime e concrete. Domande che però raramente trovano una risposta chiara nei comunicati trionfalistici che accompagnano ogni annuncio.

La notizia arrivata oggi sulla proroga della mobilità in deroga offre invece uno spaccato molto diverso della situazione reale.

Cgil, Cisl e Uil hanno giustamente espresso soddisfazione per una misura che consentirà a numerosi lavoratori rimasti esclusi dai cicli produttivi di arrivare alla pensione con una tutela economica. Ed è giusto riconoscere che per queste persone si tratta di un sostegno fondamentale, che evita situazioni socialmente drammatiche.

Ma proprio qui emerge il nodo della questione.

Se dopo anni di Area di Crisi Complessa il principale risultato celebrato è la proroga degli ammortizzatori sociali, significa che qualcosa non ha funzionato come era stato promesso.

La mobilità in deroga non crea occupazione.

Non apre nuove fabbriche.

Non attira investitori.

Non costruisce il futuro industriale del territorio.

Serve, piuttosto, a gestire le conseguenze delle crisi già esistenti.

In altre parole, accompagna alla pensione lavoratori che hanno perso il posto, ma non genera necessariamente nuove opportunità per chi oggi cerca lavoro.

E allora il rischio è che gli oltre 100 milioni di euro finiscano per essere ricordati soprattutto come uno strumento che ha allungato l’agonia di aziende in difficoltà e gestito gli effetti delle crisi industriali, senza riuscire a invertire realmente la rotta dell’economia savonese.

Non è una critica ai lavoratori né ai sindacati, che hanno fatto il loro dovere difendendo reddito e dignità delle persone coinvolte.

La domanda riguarda invece la politica.

Perché se davvero gli investimenti hanno funzionato, sarebbe utile conoscere numeri precisi e verificabili.

Quante imprese sono arrivate?

Quanti nuovi occupati ci sono oggi rispetto a dieci anni fa?

Qual è stato il ritorno concreto per il territorio?

Gli stessi sindacati, nelle loro dichiarazioni, chiedono che le risorse pubbliche siano vincolate a obiettivi «chiari, misurabili e verificabili». Una richiesta condivisibile che vale anche per chi oggi rivendica il successo dell’Area di Crisi Complessa.

Perché i milioni investiti possono impressionare nei comunicati stampa.

I posti di lavoro creati, invece, si vedono nella vita reale.

E oggi, guardando una provincia che continua a perdere giovani, residenti e attività produttive, il dubbio è che tra la retorica degli investimenti e la realtà dei risultati continui ad esistere una distanza troppo grande per essere ignorata.

Forse è arrivato il momento di smettere di misurare il successo di queste politiche in base ai milioni stanziati e iniziare a valutarle per ciò che realmente producono sul territorio.

Perché i cittadini del Savonese non hanno bisogno di altre conferenze stampa, di altri comunicati celebrativi o di altri numeri sbandierati.

Hanno bisogno di lavoro.

Di nuove imprese.

Di prospettive per i giovani.

Di segnali concreti che dimostrino che il denaro pubblico investito abbia davvero costruito qualcosa e non si sia limitato ad accompagnare lentamente il declino industriale della provincia.

Condividi

Lascia un commento