C’è una parola che in Val Bormida provoca ancora brividi: Acna.
Non è solo un ricordo industriale. È una ferita collettiva. Una memoria tossica rimasta appiccicata ai muri, ai torrenti, alle colline e soprattutto alla testa di chi in quella valle ci vive da generazioni.
Per questo oggi, davanti all’ipotesi di un mega inceneritore tra Cairo e Cengio, non sta nascendo una semplice protesta. Sta nascendo una rivolta territoriale vera. Trasversale. Popolare. Liguri e piemontesi insieme. Sindaci, agricoltori, residenti, comitati, produttori agricoli, enti montani. Tutti uniti da una domanda semplice: possibile che quando serve piazzare qualcosa di impattante si guardi sempre verso le stesse vallate interne?
E stavolta il “no” non arriva soltanto dagli ambientalisti. Arriva soprattutto da chi in questi anni ha investito soldi, lavoro e futuro nella rinascita agricola del territorio.
Perché mentre qualcuno a Genova ragiona di rifiuti e tonnellate da smaltire, in Valle Bormida c’è chi produce vino, formaggi, nocciole, miele, ortaggi, agricoltura di qualità.
C’è chi ha rimesso in piedi cascine abbandonate.
Chi ha aperto aziende vitivinicole.
Chi ha investito sul turismo lento e sull’identità delle Langhe e dell’Alta Langa.
E ora dovrebbe convivere con il marchio dell’inceneritore?
La domanda è brutale ma inevitabile: quale turista berrà serenamente un bicchiere di Dolcetto o comprerà formaggi e verdure di una valle diventata simbolo del “ciclo dei rifiuti”?
Perché il problema non è soltanto sanitario o ambientale. È anche economico e reputazionale.
I produttori lo hanno capito benissimo. Non a caso si stanno muovendo perfino i consorzi del vino, delle nocciole e dell’agroalimentare. Perché basta poco, oggi, per distruggere anni di marketing territoriale.
Un territorio Unesco che convive mediaticamente con un termovalorizzatore rischia di trasformarsi, agli occhi del mercato, da eccellenza agricola a retrobottega industriale.
E poi c’è l’altra questione, quella che molti fanno finta di non vedere: il traffico.
Migliaia di camion in una rete stradale fragile, tortuosa e già problematica.
La valle che dovrebbe rinascere con agricoltura, turismo e qualità della vita rischia di diventare un corridoio di rifiuti.
La rabbia cresce anche perché molti cittadini vedono un copione già scritto:
Genova produce, l’entroterra paga.
E infatti uno dei temi più contestati riguarda proprio il criterio della “prossimità”.
Se i rifiuti vengono prodotti soprattutto sulla costa e nell’area metropolitana genovese, perché l’impianto dovrebbe finire nell’entroterra?
Perché spostare tutto tra montagne, colline, vigneti e paesi che stanno tentando di rialzarsi dopo decenni di ferite industriali?
La sensazione, sempre più diffusa, è che si voglia nascondere il problema lontano dagli occhi dei grandi centri urbani.
Come se le aree interne fossero territori sacrificabili.
Zone deboli da usare quando serve piazzare ciò che nessuno vuole vicino a casa propria.
E invece questa volta la Valle Bormida ha deciso di non stare zitta.
Le assemblee pubbliche sono sempre più partecipate.
I sindaci piemontesi e liguri iniziano a parlarsi come forse non accadeva da anni.
I comitati stanno costruendo dossier tecnici, piattaforme digitali, raccolte documentali.
E lungo le strade iniziano ad apparire gli striscioni del dissenso.
Non è solo una battaglia contro un impianto.
È una battaglia per difendere un’identità territoriale costruita con fatica dopo decenni di veleni e abbandono.
Perché la Valle Bormida, dopo aver pagato il conto dell’Acna, non vuole ritrovarsi ancora una volta a fare da pattumiera elegante del Nord-Ovest.







