Funivie, la farsa infinita: dichiarazioni, tavoli e visite mediche al posto dei vagonetti

Savona – C’è da chiedersi se le Funivie siano ancora un’infrastruttura industriale o siano ormai diventate un teatro di provincia dove ogni attore recita la sua parte, con copioni sempre uguali: accuse, repliche stizzite, promesse di rilancio e – soprattutto – zero fatti.

Dopo i Consiglieri regionali Arboscello e Sara Foscolo, che hanno già interpretato il ruolo di “paladini del futuro” a parole, ecco che a salire in scena è il vicesindaco di Cairo, Roberto Speranza. Con tono indignato si rivolge a chi osa criticare: «Credete che stiamo con le mani in mano?». No, certo: le mani non sono in mano, sono impegnate a firmare comunicati stampa e a organizzare visite mediche per i dipendenti. Perché la grande novità, udite udite, sono i corsi per la movimentazione ferroviaria. Roba che rivoluziona l’industria nazionale.

Nel frattempo, però, i numeri parlano chiaro: nel 1994 i dipendenti erano 239, al blocco del 2019 erano una novantina, oggi meno di 40. Ma Speranza ci rassicura: «Essere riusciti a mantenere tali livelli occupazionali è già un successo». Un successo? Sì, se la matematica è un’opinione e il declino diventa trionfo.

E così la politica continua a fare ciò che sa fare meglio: rimbalzare responsabilità. Il Pd organizza tavoli alla Festa dell’Unità (giusto per non disturbare l’apericena), la Cgil tuona contro l’immobilismo, la Cisl dice che va tutto bene, e i cittadini guardano, sempre più rassegnati, un film che si ripete da decenni.

Intanto ci raccontano di tradotte ferroviarie settimanali, di manutenzioni sui binari interni, di piattaforme di pesa rifatte. Piccoli ritocchi cosmetici spacciati per rivoluzioni industriali. E la sabbia di silicio che forse arriverà, e la gru speciale che forse sbarcherà, e i container che forse si muoveranno. Il verbo dominante è sempre lo stesso: “forse”.

Ma sui vagonetti, quelli veri, il cuore del progetto Funivie, cala il gelo. Nessuna certezza, solo ostacoli normativi e costi proibitivi. Dopo la tragedia del Mottarone, le norme sono diventate più rigide, e il trasporto merci su fune è equiparato a quello passeggeri. Tradotto: la montagna di burocrazia e di milioni necessari è più alta di quelle che i vagonetti dovrebbero scalare.

La verità è che da anni si continua a prendere tempo, a mantenere in piedi una scatola vuota con la scusa della “salvaguardia occupazionale”, mentre l’unico lavoro che sembra fiorire davvero è quello delle conferenze stampa.

Forse sarebbe il caso di smetterla con le recite e dire la verità: le Funivie, così come le abbiamo conosciute, non torneranno mai più. Ma siccome la politica non vive di verità, ma di chiacchiere, aspettiamoci presto un nuovo capitolo della saga. Magari con un titolo già pronto:
“Funivie: la svolta è vicina”. Peccato che la vicinanza sia sempre quella dell’orizzonte.

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