
La visita alle Funivie di Savona–San Giuseppe di Cairo, organizzata a Bragno in occasione del XXI Memorial Giacomo Briano, è stata presentata come un evento culturale di riscoperta storica. E come tale andrebbe letta: un’iniziativa culturale e nulla più. Perché c’è un dato che nessun racconto suggestivo può cancellare: le Funivie sono ferme dal 2019.
Sei anni di inattività totale. Sei anni in cui quell’infrastruttura, definita strategica a ogni convegno e a ogni campagna elettorale, è rimasta inutilizzata, mentre il traffico pesante continuava a riversarsi sulle strade della Val Bormida e di Savona. E allora stride — eccome se stride — il tono trionfalistico con cui alcuni esponenti politici hanno accompagnato la visita.
Colpisce in particolare il ringraziamento dell’Associazione Memorial Giacomo Briano al sub-commissario regionale Paolo Ripamonti, “per aver creduto nel progetto”. Una frase che suona come una beffa se rapportata alla realtà: in tanti anni di incarichi e promesse, Ripamonti non ha concluso nulla. Né la riattivazione dell’impianto, né una soluzione strutturale, né un cronoprogramma credibile. Solo annunci, rinvii, studi, tavoli e dichiarazioni.
Credere, in politica, non basta. Governare significa fare, soprattutto quando si ha in mano un dossier da anni e si appartiene a una maggioranza regionale che controlla le leve decisionali. Qui invece siamo di fronte all’ennesimo caso in cui la Lega trasforma l’inerzia in narrazione, l’immobilismo in racconto epico.
La presenza del vicesindaco leghista Roberto Speranza, ormai apertamente autocandidato a sindaco alle prossime elezioni, rafforza questa sensazione. Più che una visita tecnica o istituzionale, l’evento ha assunto i contorni di una passerella elettorale: foto, strette di mano, parole chiave come “futuro”, “visione”, “rilancio”. Tutte parole già sentite, mentre i vagonetti restano fermi e arrugginiti.
Non è in discussione il valore storico, umano e professionale dei lavoratori delle Funivie, né l’impegno culturale del Memorial Briano, che merita rispetto. Ma proprio per questo è legittimo chiedere che la memoria non venga usata come copertura politica. Raccontare cento anni di ingegno mentre si tacciono cinque anni di fallimenti è un’operazione profondamente ipocrita.
La Lega, in Regione come nei territori, continua a promettere infrastrutture salvifiche senza mai chiuderne una. Le Funivie sono l’emblema perfetto di questo metodo: tanto storytelling, zero risultati. E ogni evento pubblico diventa l’occasione per rimettere in scena una fiducia che i fatti hanno da tempo smentito.
Se davvero si vuole onorare la storia delle Funivie, non servono panchine inaugurali né visite guidate. Serve una scelta politica chiara, finanziata e realizzata. Tutto il resto — per quanto ben confezionato — resta folklore istituzionale, buono per i comunicati e per le campagne elettorali, ma inutile per il territorio.
E il territorio, ormai, non ha più bisogno di credenti.
Ha bisogno di responsabili.






