A Savona il copione è sempre lo stesso: prima si presenta una grande operazione immobiliare privata, poi la si confeziona come se fosse un regalo alla collettività.
E così, tra rendering eleganti, parole come “rigenerazione urbana”, “verde pubblico”, “sicurezza idraulica” e “riqualificazione”, la cementificazione diventa improvvisamente una missione quasi benefica.
Il caso dell’ex Solimano in via Nizza è l’ennesimo esempio perfetto.
Ci raccontano che il privato “restituirà alla città” parchi, passeggiate, sicurezza dei rii, spazi universitari, sport del mare. Sembra quasi un’opera pubblica finanziata da un benefattore. Ma basta leggere bene le carte e le dichiarazioni per capire una cosa molto semplice: molte di quelle opere non nascono per amore della città. Nascono perché senza quelle opere… non si potrebbe costruire.
La questione idraulica è illuminante.
L’area è classificata a rischio esondazione, alla foce del Rio Molinero. E allora ecco la necessità di allargare alvei e foce dei rii San Cristoforo e Molinero. Presentato come intervento “a favore della sicurezza cittadina”. Certo, anche. Ma soprattutto è la condizione tecnica indispensabile per poter realizzare le nuove palazzine residenziali.
In altre parole: non si stanno mettendo in sicurezza i rii perché improvvisamente qualcuno si è svegliato pensando al bene dei savonesi. Si mettono in sicurezza perché altrimenti lì sopra non si potrebbe colare nemmeno un metro cubo di cemento.
Eppure il racconto pubblico ribalta completamente il rapporto causa-effetto.
La cementificazione sparisce dietro parole rassicuranti: “verde”, “parco”, “università”, “riqualificazione”. Come se il vero obiettivo fosse il bene comune e non la realizzazione di 78 appartamenti vista mare in una delle zone più pregiate della città.
Anche la formula scelta fa sorridere: “costruire in altezza per ridurre il consumo di suolo”. Una frase che ormai compare in ogni operazione immobiliare italiana, quasi fosse una formula magica capace di trasformare due palazzine sul mare in un gesto ambientalista.
Naturalmente il degrado dell’ex area industriale esiste davvero. Nessuno rimpiange i capannoni arrugginiti e abbandonati. Ma qui il punto è un altro: ogni volta si fa passare un grande intervento immobiliare privato come se fosse un sacrificio compiuto nell’interesse collettivo.
E così la città finisce per ringraziare persino chi costruisce.
Intanto Savona continua lentamente a cambiare pelle: meno spazi liberi, più residenze di pregio, più consumo urbanistico mascherato da “rigenerazione”.
Con il solito meccanismo tutto italiano: il privato realizza ciò che serve ai propri investimenti e la politica lo presenta come un dono ai cittadini.
Alla fine il cemento non arriva mai da solo.
Arriva sempre accompagnato da un rendering pieno di alberelli, da qualche panchina, da una pista ciclabile, da due ponticelli e da una conferenza stampa piena di parole rassicuranti.






