Lungo tutta la riviera la storia si ripete con una puntualità quasi chirurgica.
Grandi edifici affacciati sul mare (ex conventi, ex colonie) vengono lasciati lentamente degradare per decenni: tetti che crollano, finestre murate, cemento che si sgretola, aree interdette e pericolose. Poi, quando il degrado diventa insostenibile, prende corpo il ritornello ormai noto: meglio ristrutturare che lasciare tutto così.
Lasciare andare in rovina enormi scheletri urbani abbandonati da decenni, che occupano alcune delle porzioni più pregiate della costa ligure, è diventata una tattica fin troppo ricorrente: il tempo consuma gli edifici, abbassa le resistenze e prepara il terreno alla loro trasformazione definitiva in operazioni immobiliari.
Ma la questione non è soltanto quanto cemento venga utilizzato.
Il vero tema è quale futuro sociale produce quel cemento.
Le ex colonie, ad esempio, non erano alberghi qualsiasi. Non erano seconde case né investimenti speculativi. Erano luoghi nati da un’idea precisa di solidarietà sociale: permettere ai figli delle famiglie operaie e impiegatizie del Nord Italia di conoscere il mare, di trascorrere vacanze e cure climatiche come i loro coetanei economicamente più fortunati. Dietro quelle strutture esisteva una visione collettiva del welfare, oggi praticamente scomparsa.
Ed è qui che emerge la grande contraddizione.
Molte di queste strutture finiscono trasformate in appartamenti di lusso, residence esclusivi o complessi destinati a pochi privilegiati. E non sempre questi percorsi avvengono nella massima trasparenza: varianti urbanistiche discutibili, interpretazioni elastiche delle norme e passaggi amministrativi poco comprensibili hanno spesso accompagnato operazioni analoghe lungo la nostra costa.
Il risultato è paradossale: edifici nati per l’inclusione sociale diventano simboli evidenti di esclusione.
Questa trasformazione rappresenta probabilmente uno dei più grandi fallimenti politici degli ultimi decenni. Destra e sinistra, amministratori pubblici ma anche professionisti, urbanisti, economisti e accademici non sono riusciti — o meglio non hanno voluto — immaginare utilizzi alternativi coerenti con la storia di quei luoghi: turismo sociale moderno, residenze accessibili, spazi culturali, sanitari o formativi capaci di mantenere vivo lo spirito originario delle colonie.
La soluzione più semplice è sempre stata la stessa: il mercato immobiliare di fascia alta.
Si può scegliere di ignorare il valore simbolico e storico di questi edifici e considerarli soltanto metri cubi da recuperare. È una scelta legittima. Ma allora bisogna dirlo con onestà: non stiamo semplicemente riqualificando immobili degradati, stiamo chiudendo definitivamente una stagione storica in cui il mare, il benessere e il paesaggio erano pensati come diritti collettivi e non come beni riservati a pochi.
Il vero dibattito, dunque, non è tra chi vuole conservare ruderi e chi vuole costruire.
È tra rigenerazione urbana e sostituzione sociale.
Perché recuperare la costa è necessario.
Ma perdere definitivamente il senso pubblico di quei luoghi rischia di diventare una macchia politica difficile da cancellare — e un’occasione storica mancata per immaginare uno sviluppo diverso della nostra riviera.






