Eolico, la Val Bormida e l’entroterra savonese non possono diventare una foresta di pale

La transizione energetica è necessaria, ma non può trasformarsi nella scorciatoia con cui si concentra sullo stesso territorio tutto ciò che altrove è difficile collocare. Ora arriva il via libera ambientale al progetto Pian del Melo, tra Altare, Savona, Cairo Montenotte e Pontinvrea: altre pale alte circa 200 metri. E la domanda diventa inevitabile: esiste un limite?

La notizia è di quelle destinate a riaccendere una polemica che nell’entroterra savonese non si è mai spenta. Come riferisce Il Secolo XIX, la Regione Liguria ha dato parere positivo alla valutazione di impatto ambientale del nuovo parco eolico Pian del Melo, progetto che interessa i territori di Altare, Savona, Cairo Montenotte e Pontinvrea.

Si tratta, tecnicamente, dell’ampliamento di un progetto già esistente: altre due torri eoliche alte quasi 200 metri, inserite in un territorio nel quale gli aerogeneratori non sono certo una novità.

Ed è proprio questo il punto.

Nessuno discute l’eolico. Si discute dove e quanto

Ogni volta che qualcuno solleva dubbi sulla proliferazione delle pale eoliche rischia di essere immediatamente catalogato tra i nemici delle energie rinnovabili.

È un modo piuttosto comodo per evitare il problema.

Essere favorevoli all’energia eolica non significa infatti accettare che decine e decine di aerogeneratori vengano concentrati sempre sulle stesse montagne.

Secondo i numeri riportati nell’articolo, sono già 46 gli impianti eolici presenti nei territori coinvolti e altri 114 potrebbero arrivare in Val Bormida.

Se queste cifre troveranno piena concretizzazione, non parleremo più di qualche parco eolico inserito nel paesaggio. Parleremo di una trasformazione profonda dell’orizzonte, dell’ambiente e dell’identità stessa di un’intera area.

Il problema, allora, non è la singola pala.

È l’effetto cumulativo.

Ed è proprio questo che dovrebbe essere valutato con molta più attenzione: non soltanto se un singolo progetto sia formalmente compatibile, ma cosa succede quando quel progetto viene sommato a tutti quelli esistenti, autorizzati o in fase di valutazione.

Pale da 200 metri non sono margherite

Un aerogeneratore alto quasi 200 metri non è esattamente un elemento che passa inosservato.

Richiede strade di accesso, piazzole, fondazioni, collegamenti elettrici, cantieri e interventi sul territorio. E quando gli impianti si moltiplicano, inevitabilmente si moltiplicano anche le trasformazioni.

Nell’articolo del Secolo XIX vengono ricordate inoltre le preoccupazioni del WWF, che aveva evidenziato la presenza di un flusso migratorio sul crinale e il possibile impatto sulla fauna.

Sono questioni che meritano risposte, non etichette.

Perché la tutela dell’ambiente non può funzionare a corrente alternata: non possiamo difendere boschi, biodiversità e paesaggio quando fa comodo e considerarli improvvisamente secondari quando arriva un progetto definito “green”.

Una pala eolica produce energia rinnovabile. Ma questo non rende automaticamente irrilevante il luogo nel quale viene costruita.

La Val Bormida come terra del “mettiamolo lì”

Il problema assume un significato ancora più delicato guardando alla storia recente della Val Bormida.

È difficile chiedere agli abitanti di questo territorio di considerare ogni nuovo progetto come un episodio isolato.

Per decenni questa valle ha pagato un prezzo ambientale e industriale pesantissimo. Oggi si discute di nuovi impianti eolici, mentre contemporaneamente sul territorio incombe il dibattito regionale sul futuro impianto di chiusura del ciclo dei rifiuti.

E allora nasce una sensazione pericolosa: che l’entroterra savonese sia diventato il grande spazio disponibile della Liguria.

Serve qualcosa?

Guardiamo in Val Bormida.

Serve energia? Pale.

Serve un impianto? Val Bormida.

Serve individuare un’area lontana dai grandi centri urbani? Ancora Val Bormida.

La transizione ecologica, però, non può diventare una nuova versione del vecchio principio: “lontano dagli occhi delle città, vicino a casa degli altri”.

Briano pone una domanda tutt’altro che banale

Il sindaco di Altare Roberto Briano, intervistato dal quotidiano, osserva che è strano vedere arrivare ad agosto il via libera a progetti controversi senza che nessuno interpelli i Comuni.

Una considerazione che merita attenzione.

Perché si può rispettare perfettamente la procedura amministrativa e contemporaneamente avere un enorme problema politico.

Se un territorio viene progressivamente trasformato, i sindaci e soprattutto i cittadini non possono scoprirne un pezzo alla volta, progetto dopo progetto, autorizzazione dopo autorizzazione.

Serve una visione complessiva.

Quante pale può sopportare quest’area?

Qual è l’impatto cumulativo degli impianti esistenti e di quelli progettati?

Quali crinali devono essere preservati?

Quanto territorio deve essere lasciato libero?

E soprattutto: esiste un punto oltre il quale la Regione è disposta a dire basta?

Perché se quel punto non esiste, sarebbe bene dirlo chiaramente.

La transizione energetica deve essere anche equa

La Liguria ha bisogno delle energie rinnovabili. Su questo difficilmente si può discutere.

Ma proprio perché sono indispensabili, occorre programmarle bene.

Non basta trovare il crinale tecnicamente adatto, verificare il vento e procedere con l’impianto successivo.

Bisogna distribuire gli interventi, considerare il valore paesaggistico, la biodiversità, le infrastrutture necessarie e soprattutto evitare la saturazione territoriale.

Altrimenti rischiamo un curioso paradosso: per salvare l’ambiente finiremo per industrializzare le montagne.

E magari un giorno ci accorgeremo che, nel nome del verde, di verde ne è rimasto molto meno di quanto pensassimo.

Un territorio non è uno spazio vuoto sulla cartina

È questo forse l’errore principale.

Guardando una mappa regionale, l’entroterra savonese può sembrare fatto di grandi aree poco urbanizzate, crinali, boschi e montagne. E quindi disponibile.

Ma poco abitato non significa vuoto.

Quelle montagne hanno un valore ambientale, turistico, paesaggistico e identitario. Sono il patrimonio di chi ci vive oggi e di chi ci vivrà domani.

Per questo sarebbe finalmente necessario che la Regione presentasse ai cittadini una mappa complessiva di tutti gli impianti eolici esistenti, autorizzati, in valutazione e semplicemente progettati nell’area savonese e valbormidese.

Vederli tutti insieme probabilmente aiuterebbe molto più di cento comunicati sulla transizione energetica.

Perché il vero interrogativo non è più se essere favorevoli o contrari all’eolico.

La domanda è molto più semplice: quante pale può sopportare un territorio prima che l’energia rinnovabile si trasformi in consumo irreversibile del paesaggio?

E soprattutto: perché a pagare il conto devono essere sempre gli stessi territori?

La Val Bormida e l’entroterra savonese hanno già dato parecchio.

Prima di piantare la prossima pala alta 200 metri, forse sarebbe il caso di cominciare a chiedersi se non abbiano già dato abbastanza.

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