Eolico industriale, l’assalto ai crinali: sviluppo o resa del territorio?

Non è più solo una questione ambientale. È una questione di modello di sviluppo. E, a leggere tra le righe della lettera inviata dal Coordinamento tutela Montecerchio a Regione e Provincia, è anche una questione di identità.

Nel savonese – tra Val Bormida, Finalese e l’entroterra del Levante – si sta giocando una partita decisiva: da una parte la narrazione della transizione ecologica, dall’altra il rischio concreto che questa transizione venga piegata a logiche industriali e speculative che poco hanno a che fare con la sostenibilità.

Il punto: non “se”, ma “come”

Le associazioni lo chiariscono subito: nessuno mette in discussione le energie rinnovabili. Il tema è come e dove vengono realizzate.

E qui il nodo si stringe.

Negli ultimi anni la provincia di Savona è diventata una sorta di laboratorio – o peggio, terreno di conquista – per progetti eolici di dimensioni sempre più imponenti. Si parla di pale alte fino a 200 metri, veri e propri grattacieli piazzati sui crinali, visibili da chilometri, capaci di modificare in modo irreversibile il paesaggio.

Non è un dettaglio estetico. In Liguria il paesaggio è economia.

Turismo contro industria energetica

Il Coordinamento lo dice senza giri di parole: puntare sull’eolico industriale in queste aree significa andare contro il turismo.

E qui sta la contraddizione più evidente.

Da anni si racconta – giustamente – che il futuro della Liguria passa anche dall’entroterra: borghi, sentieri, cicloturismo, enogastronomia, esperienze “lente”. Un modello che prova a superare la dipendenza dal turismo balneare e dalla stagionalità.

Poi però, sugli stessi crinali che dovrebbero diventare il cuore di questa nuova economia, si autorizzano impianti industriali.

Due visioni incompatibili.

Non è difficile immaginare cosa succede: da una parte si investe per attrarre visitatori, dall’altra si trasforma il paesaggio in un distretto energetico. Il risultato è un corto circuito politico prima ancora che ambientale.

Il precedente savonese: un campanello d’allarme

Chi vive il territorio lo sa bene: non è la prima volta.

Tra Savonese e Val Bormida sono già stati autorizzati o proposti numerosi impianti. Il risultato? Comunità divise, proteste diffuse, contenziosi, e una crescente sfiducia verso le istituzioni.

Il rischio, oggi, è che quella che doveva essere una transizione energetica si trasformi in una colonizzazione energetica: territori marginali utilizzati come piattaforme produttive, senza una reale condivisione con chi li abita.

La richiesta: regole chiare, subito

Per questo il Coordinamento – insieme a realtà come WWF Savona, LIPU, Valle Bormida Pulita e altri comitati – chiede una cosa molto semplice: una legge regionale seria sulle aree idonee e non idonee.

Tradotto: decidere prima dove si può fare e dove no.

Perché senza una pianificazione chiara succede quello che sta già accadendo:

  • progetti presentati a macchia di leopardo
  • valutazioni caso per caso
  • pressione crescente sui territori più deboli

E soprattutto, il sospetto – sempre più diffuso – che dietro molti progetti ci sia più interesse finanziario che ambientale.

Il vero nodo politico

Qui si arriva al punto più scomodo.

La transizione ecologica è diventata un grande mercato. Fondi, incentivi, investimenti. E dove ci sono soldi, arrivano operatori, società, fondi.

Il rischio è che le decisioni non vengano prese in funzione del territorio, ma della redditività degli impianti.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi decide davvero il futuro dei crinali liguri?

Una scelta che non è neutrale

Quella che si sta compiendo non è una scelta tecnica. È una scelta politica.

Decidere di riempire i crinali di pale eoliche significa scegliere un modello di sviluppo industriale.
Decidere di tutelarli significa puntare su un’economia diversa, più lenta, più diffusa, forse meno immediata ma più duratura.

Il problema è che oggi queste due visioni convivono – male – nello stesso territorio.

E prima o poi qualcuno dovrà scegliere.

Perché i crinali, una volta trasformati, non tornano indietro.

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