
La seconda fase dell’opera dovrà essere sottoposta a Valutazione di impatto ambientale dopo le criticità rilevate dal Ministero e dalla Regione.
La nuova diga foranea di Vado Ligure, almeno per ora, si ferma davanti a un ostacolo che non è politico ma tecnico-ambientale. Il Ministero dell’Ambiente ha infatti stabilito che la seconda fase del progetto dovrà essere sottoposta a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), giudicando la documentazione presentata dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale insufficiente per escludere effetti negativi sull’ambiente.
Non si tratta di un dettaglio burocratico, ma di una bocciatura piuttosto severa nel metodo e nei contenuti. Nelle osservazioni ministeriali emerge un quadro chiaro: analisi incomplete, alternative progettuali non sviluppate, valutazioni carenti sugli ecosistemi marini, sulla biodiversità, sulle vibrazioni, sul rumore e perfino sulla salute umana. In sostanza, secondo la Commissione tecnica, il progetto non consente una valutazione scientifica adeguata degli impatti.
Una decisione che inevitabilmente allungherà i tempi di realizzazione dell’opera, considerata strategica per la piena operatività della piattaforma portuale gestita da APM Terminals (Vado Gateway). Proprio per questo la vicenda solleva interrogativi non secondari: se l’infrastruttura è davvero così importante per il sistema portuale ligure e per la logistica del Nord Italia, perché arrivare a questo punto con una documentazione giudicata incompleta?
Il problema non è la VIA in sé — che rappresenta uno strumento normale e necessario — ma il fatto che si sia tentato di evitarla sostenendo l’assenza di impatti significativi. Una valutazione che non ha convinto né la Regione Liguria né il Ministero. Anzi, la Regione aveva già segnalato criticità rispetto alle possibili interferenze con le aree della rete Natura 2000, in particolare i fondali tra Noli e Bergeggi e la zona di tutela del tursiope nel Mar Ligure.
Il rischio, ora, è duplice. Da una parte un rallentamento dell’opera, con possibili ripercussioni sul porto di Vado e sull’economia portuale. Dall’altra, la conferma di una dinamica ormai ricorrente nelle grandi opere: progetti presentati con studi ambientali insufficienti, che finiscono per complicare e allungare l’iter invece di accelerarlo.
È una contraddizione tipica della pianificazione infrastrutturale italiana — e ligure in particolare — dove si parla spesso di sviluppo e competitività, ma troppo raramente si investe nella qualità progettuale fin dall’inizio. Il risultato è un continuo rimbalzo tra enti, ministeri e commissioni tecniche, con tempi che si dilatano e polemiche che si moltiplicano.
Nel frattempo resta una domanda di fondo: è davvero possibile immaginare lo sviluppo portuale senza un equilibrio credibile con la tutela dell’ambiente marino e della costa?
Perché la sensazione, ancora una volta, è che la sostenibilità venga affrontata più come un ostacolo amministrativo da superare che come una componente strutturale del progetto.
E quando succede questo, i cantieri non partono più in fretta: semplicemente si fermano.






