Ogni volta che si parla di costruire un nuovo inceneritore, il copione è sempre lo stesso. La politica lo presenta come la soluzione definitiva al problema dei rifiuti: meno discariche, più energia, tecnologia all’avanguardia e impatto ambientale quasi nullo.
Anche in Liguria il dibattito è ormai aperto. Tra le aree individuate negli studi preliminari compare anche la Val Bormida, dove l’ipotesi di un termovalorizzatore continua a dividere cittadini, amministratori e associazioni.
Ma prima di parlare di nuovi impianti sarebbe forse il caso di guardare ciò che accade nel resto d’Italia.
L’Italia è già piena di inceneritori
Contrariamente a quanto spesso si sente dire, il nostro Paese non è affatto privo di impianti.
Sono attivi 37 termovalorizzatori, concentrati soprattutto nel Nord Italia: 26 impianti, di cui 13 nella sola Lombardia e 7 in Emilia-Romagna. Il Centro ne ospita 7, mentre il Sud soltanto 4.
Questi impianti lavorano praticamente sempre a pieno regime e ogni anno trattano circa 5,6 milioni di tonnellate di rifiuti.
Eppure esiste un dato che dovrebbe far riflettere.
Nonostante questa enorme capacità di incenerimento, oltre il 20% dei rifiuti urbani italiani continua comunque a finire in discarica. Parallelamente sono operative più di 380 discariche dedicate ai rifiuti urbani e speciali.
Se gli inceneritori fossero davvero la soluzione definitiva, perché il ricorso alle discariche continua ad essere così elevato?
Un impianto che ha bisogno di essere alimentato
C’è poi un aspetto di cui si discute poco.
Un inceneritore costa centinaia di milioni di euro e deve funzionare per almeno trent’anni per essere economicamente sostenibile.
Ma per funzionare deve avere una cosa fondamentale: rifiuti da bruciare.
E qui nasce il grande paradosso.
Se la raccolta differenziata cresce e il riciclo migliora, il combustibile diminuisce.
Per evitare che gli impianti lavorino sotto capacità, in molti casi vengono utilizzati anche rifiuti speciali provenienti dalle attività industriali, che hanno un potere calorifico superiore rispetto ai rifiuti urbani.
In pratica, mentre l’Europa chiede di produrre sempre meno rifiuti, gli inceneritori hanno bisogno che quei rifiuti continuino ad esistere.
Il mito dell’energia
Il grande slogan è sempre lo stesso: “Con i rifiuti produciamo energia.”
Sembra quasi di immaginare una piccola centrale elettrica capace di alimentare intere città.
La realtà è molto diversa.
Tutti gli inceneritori italiani insieme producono circa 6,1 terawattora di energia elettrica, meno del 2% del fabbisogno nazionale.
Una quantità modesta, ottenuta però attraverso la combustione di milioni di tonnellate di rifiuti.
Per molti esperti si tratta di una produzione energetica con un rendimento decisamente inferiore rispetto alle moderne fonti rinnovabili.
La gerarchia europea dice altro
L’Unione Europea è molto chiara.
Prima bisogna:
- ridurre i rifiuti;
- riutilizzare i materiali;
- riciclare.
Solo dopo arriva il recupero energetico attraverso l’incenerimento.
E soltanto all’ultimo posto resta la discarica.
Questa non è un’opinione ambientalista, ma la strategia ufficiale europea sull’economia circolare.
Eppure, troppo spesso, la politica sembra partire proprio dal quarto gradino, trasformando l’inceneritore nella scorciatoia più semplice invece che nell’ultima opzione disponibile.
Anche gli impianti moderni inquinano
Nessuno mette in dubbio che gli inceneritori di oggi siano molto più sofisticati di quelli costruiti trent’anni fa.
Ma la fisica non cambia.
Bruciare significa comunque produrre emissioni
Nonostante i miglioramenti tecnologici, gli inceneritori emettono comunque: CO₂, ossidi di azoto, polveri sottili.
Secondo alcune stime, per ogni kWh prodotto si emettono circa 600-700 grammi di CO₂.






