Decoro urbano, silenzi istituzionali e rifiuti in strada: quando l’emergenza diventa normalità

Altro che decoro urbano. A Savona la gestione dei rifiuti sta producendo effetti sempre più evidenti e sempre meno tollerabili: sacchetti trascinati in carreggiata, mastelli rovesciati, plastica dispersa dal vento, rifiuti che finiscono in mare. Una situazione che comporta rischi concreti per la sicurezza stradale e un danno ambientale costante, ormai impossibile da liquidare come “episodio occasionale”.

Di fronte a questo scenario, Associazione Diritti, Cultura e Sviluppo ha deciso di fare ciò che l’amministrazione comunale sembra incapace di fare: chiedere risposte formali, pubbliche e tracciabili.

La richiesta di convocazione urgente del Tavolo del Decoro

Con una lettera indirizzata all’assessora competente del Comune di Savona, l’associazione ha chiesto la convocazione urgente del Tavolo del Decoro, organismo che dovrebbe servire proprio a prevenire e gestire le situazioni di degrado urbano.

Non una richiesta generica, ma una proposta precisa: discutere insieme alle associazioni, all’amministrazione e a SEAS le scelte operative che stanno producendo caos in città. Incluse le ipotesi – apparse prima sulla stampa che nei luoghi istituzionali – di delimitazione degli spazi con archetti e strutture fisiche per contenere i rifiuti.

Una gestione che procede per annunci e sperimentazioni calate dall’alto, mentre i cittadini continuano a fare i conti con strade sporche e quartieri sempre più degradati.

Un Tavolo che non decide, ma ratifica

Dopo l’invio della PEC è arrivato il verbale del 9 dicembre…LEGGI… in cui si fa riferimento proprio ad archetti e contenimenti in plastica. Il messaggio implicito sembra essere: volete discutere di ciò che è già stato deciso.

Ma c’è un punto che emerge con chiarezza: nessuno dei partecipanti contattati dall’associazione dichiara di aver preso parte alle decisioni sul posizionamento degli archetti o delle griglie per la plastica.

Dunque il Tavolo del Decoro non appare come uno spazio di lavoro collettivo per individuare soluzioni condivise, ma come un luogo in cui si comunicano decisioni già prese altrove, affinché le associazioni ne prendano semplicemente atto.

Un metodo quantomeno bizzarro. E soprattutto inutile.

Il sollecito al Difensore Civico: il vuoto istituzionale

Parallelamente, l’associazione ha scritto al Difensore Civico della Regione Liguria per chiedere un aggiornamento sugli esiti dell’incontro già svolto e sull’interlocuzione con il Comune.

Un sollecito necessario, perché a oggi non risulta alcun riscontro concreto: nessun atto conseguente, nessuna comunicazione ufficiale, nessuna risposta formale.

Il Difensore Civico aveva inviato una nota riepilogativa, ma non di un documento ufficiale. I cittadini avevano consegnato anche documentazione a mano, ma sul seguito di quell’iniziativa regna ancora il silenzio.

Non è più decoro: è sicurezza pubblica

Nel frattempo la realtà è sotto gli occhi di tutti, documentata anche fotograficamente:
sacchetti aperti o divelti dal vento, rifiuti che finiscono in mare, bidoni trascinati in mezzo alla carreggiata.

Qui il problema non è più estetico.
È sicurezza pubblicaresponsabilità amministrativaprevenzione dei rischi.

Quando un sacchetto di plastica finisce sotto le ruote di un’auto o un mastello viene trascinato in mezzo alla strada, non siamo davanti a un disagio urbano: siamo davanti a un pericolo.

Eppure, da Palazzo Sisto, il silenzio.

Nessuna convocazione del Tavolo.
Nessun chiarimento pubblico.
Nessuna assunzione di responsabilità politica.

Il metodo che non funziona

Quello che emerge è un problema di metodo, prima ancora che di soluzioni:

  • decisioni frammentarie
  • sperimentazioni continue
  • assenza di confronto strutturato
  • scarico delle conseguenze sui cittadini

Un modello che non migliora il servizio, non riduce i problemi e produce ulteriore degrado, esattamente il contrario di ciò che viene annunciato nei comunicati ufficiali.

Quando l’emergenza diventa normalità, il problema non sono più i rifiuti in strada.
Il problema è chi governa il processo e come sceglie di farlo.

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