C’è un rumore che in Riviera rischia di diventare il sottofondo dell’autunno: non quello delle onde, ma quello delle motoseghe. Pini, alberature dei viali, ombra delle piazze: tutto sembra sempre più spesso destinato al taglio, con la parola magica della “sicurezza” pronta a chiudere ogni discussione.
Nessuno contesta che un albero realmente pericolante debba essere curato o, quando non esistano alternative, abbattuto. La sicurezza di cittadini e automobilisti viene prima di tutto. Ma proprio per questo servono perizie pubbliche, spiegazioni comprensibili e interventi proporzionati: non un generico “tagliamo, poi si vedrà”.
Il caso più eclatante, in Riviera, è stato quello di Celle Ligure. Abbiamo già raccontato la trasformazione di spazi ombreggiati dai pini in superfici grigie, cemento e prato artificiale. Una scelta che ha suscitato proteste e sarcasmo: perché un paese marinaro non può continuare a definirsi verde se, a ogni cantiere, il verde vero finisce nel cassone.
Eppure il punto non è soltanto estetico. Un albero adulto non è un arredo urbano da sostituire con una panchina o con una vasca di plastica: dà ombra, abbassa le temperature, trattiene acqua, ospita uccelli e insetti, attenua rumore e polveri. In una Riviera sempre più calda e cementificata, tagliare un grande pino significa spesso regalare un altro metro quadrato alla fornace urbana.
L’articolo della Cronaca di Verona, firmato da Giorgio Massignan, pone una questione tutt’altro che secondaria: il “business del taglio alberi”. Le manutenzioni accurate — potature corrette, consolidamenti, controlli strumentali, cura del terreno — richiedono tempo, competenze e continuità. Il taglio, invece, è rapido, contabilizzabile e talvolta più conveniente per chi gestisce appalti e urgenze. Ma comodo non significa giusto.
A Celle, la relazione tecnica dello scorso aprile riguardava 55 alberi e indicava valutazioni di stabilità, verifiche e possibili cure; non equivaleva automaticamente a una condanna indiscriminata all’abbattimento. È esattamente qui che dovrebbe entrare in gioco la politica: non per firmare in silenzio, ma per spiegare ai cittadini perché si interviene, quali soluzioni alternative sono state esaminate e quale verde verrà davvero restituito.
C’è poi chi legge questa stagione di abbattimenti come il frutto di oscuri disegni legati al 5G, alle telecamere o al controllo della popolazione. Non servono teorie tanto fantasiose per vedere un problema reale. Basta osservare come, troppo spesso, la fretta amministrativa, la logica dell’appalto e la manutenzione rimandata trasformino il patrimonio verde in un ostacolo da rimuovere.
Il rischio è che la Riviera continui a presentarsi nelle brochure come un giardino sul mare e, nella realtà quotidiana, diventi una distesa di asfalto bollente con qualche alberello appena piantato, destinato a crescere — forse — quando chi oggi decide non sarà più chiamato a rispondere.
Gli alberi pericolosi vanno messi in sicurezza. Quelli sani e recuperabili vanno difesi. E ogni motosega dovrebbe essere accompagnata da una domanda semplice, ma finora troppo rara: era davvero l’unica soluzione?






