Dalla mezza banana alla food bag: quando il problema non è lo spreco ma la mensa

Questa storia della food bag sembra uscita da una commedia dell’assurdo, ma purtroppo è tutta vera.

Dopo lo scandalo della mezza banana data agli alunni – denunciato da maestre e genitori – ci si sarebbe aspettati una risposta chiara, concreta, magari persino autocritica. Invece no: oltre al solito, pilatesco “verificherò”, l’assessora alle Politiche Educative se ne esce con una comunicazione ufficiale contro lo spreco alimentare, corredata da simpatica borsina termica.

Ora, l’idea di combattere lo spreco è sacrosanta. Peccato che sia completamente fuori contesto. Qui non si stava discutendo di bambini spreconi, ma di qualità del cibo, di porzioni ridicole, di pasti che tornano indietro perché immangiabili, freddi o cucinati male. E la risposta dell’amministrazione qual è? “Portatevi a casa gli avanzi”.

Tradotto: invece di chiederci perché i bambini non mangiano, ci limitiamo a gestire meglio ciò che non mangiano. Un capolavoro di rovesciamento logico.

È un po’ come se, di fronte a un ristorante vuoto perché si mangia male, il proprietario lanciasse una campagna contro lo spreco di tovaglioli.

Il punto vero è che se il cibo fosse migliore, lo spreco diminuirebbe da solo. Se le mense fossero ripristinate all’interno delle scuole, se i pasti fossero preparati e serviti sul posto, alla giusta temperatura, con porzioni sensate e ingredienti dignitosi, probabilmente non servirebbe nessuna food bag, nessun progetto educativo, nessuna circolare moralista.

Per combattere lo spreco non basta distribuire mandarini tristi e tozzi di pane da portare a casa: bisognerebbe evitare di buttare chili di pasta scotta, vasche intere di cibo che finiscono nei bidoni perché nessuno riesce a mangiarle.

Qui il problema non è lo spreco.
Il problema è che si continua a chiamare “servizio” qualcosa che ormai assomiglia più a una gestione logistica delle briciole.

E alla fine il messaggio che passa è devastante:
non “miglioriamo la mensa”, ma “abituatevi agli avanzi”.
Non “diamo da mangiare meglio ai bambini”, ma “insegnamo loro a convivere con poco”.

Altro che educazione alimentare: questa è educazione alla rassegnazione.

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