Crac ATA: anni dopo, nessuno ha pagato solo la città  paga ancora il conto. Ieri un altra udienza del processo

Ogni giorno, guardando Savona invasa dai rifiuti e alle prese con una gestione sempre più complicata della raccolta, torna inevitabilmente alla mente una parola che molti vorrebbero dimenticare: ATA. E con essa torna anche la rabbia. Perché, dopo anni, resta una sensazione difficile da scacciare: quella di una vicenda che ha lasciato ferite profonde nella città senza che nessuno abbia davvero pagato fino in fondo per il dissesto di quella che, un tempo, era considerata una società sana e strategica per i servizi pubblici locali.

Dopo mesi di silenzio, il processo sul crac ATA è tornato in aula. Solo un’udienza, certo, ma sufficiente a riaccendere l’attenzione su una storia che Savona non ha mai davvero chiuso.

In tribunale si è tornati a discutere delle responsabilità legate alla gestione della società partecipata savonese finita al centro dell’indagine per bancarotta. Imputati l’ex direttore generale e l’ex consulente amministrativo, ultimi protagonisti di un procedimento giudiziario che negli anni ha già visto patteggiamenti e proscioglimenti. Ma al di là degli esiti giudiziari, resta la domanda politica e civile: come è stato possibile arrivare a quel punto?

Durante l’udienza, il perito incaricato di analizzare i bilanci aziendali ha ricostruito una situazione che, secondo l’accusa, mostrava segnali di difficoltà già dal 2012. Perdite economiche evidenti, necessità di ricapitalizzazione mai concretizzata e una progressiva erosione del patrimonio aziendale. Numeri che raccontano una crisi lenta ma costante, mentre la società ampliava le proprie attività oltre il territorio savonese, entrando in nuovi settori e nuovi comuni senza una base finanziaria sufficientemente solida.

Una crescita ambiziosa, forse troppo, che avrebbe richiesto prudenza, capitali e tempi compatibili con i pagamenti della pubblica amministrazione. Invece, secondo quanto emerso, gli investimenti e i costi di avvio delle nuove attività si sono trasformati in un peso sempre più difficile da sostenere.

Il risultato è noto: il fallimento della società e un sistema dei servizi pubblici locali completamente da ricostruire. Una ricostruzione che Savona sta ancora pagando, anche oggi, tra disservizi, polemiche sulla raccolta dei rifiuti e un senso diffuso di sfiducia verso la gestione delle partecipate pubbliche.

Per molti cittadini questa non è solo una vicenda giudiziaria. È una storia che riguarda direttamente la qualità della vita quotidiana e la credibilità delle istituzioni. Perché quando una società pubblica fallisce, non fallisce solo un’azienda: fallisce un pezzo di amministrazione della città.

E mentre il processo continua lentamente il suo percorso, resta una domanda sospesa sopra Savona: chi si assumerà davvero la responsabilità politica e morale di ciò che è accaduto?
Perché il tempo della giustizia può essere lungo, ma quello della memoria dei cittadini lo è ancora di più.

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