Compensazioni ambientali: non è risanamento, è sostituzione

Quando si parla di impianti inquinanti torna sempre una parola rassicurante: compensazione ambientale. Soldi ai Comuni, qualche opera pubblica, interventi sul verde, centraline di rilevamento, promesse di bonifica. E, in alcuni casi, una compensazione ancora più subdola: si chiude una fabbrica altamente inquinante e al suo posto si propone un nuovo impianto, definito “meno inquinante”.

È proprio su questa formula che occorre fare chiarezza. Perché non si tratta di risanamento ambientale. Non si restituisce alla popolazione un territorio libero da fonti di emissione; si sostituisce una fonte inquinante con un’altra, magari più moderna, meno impattante secondo le carte e le simulazioni, ma pur sempre industriale e con effetti da controllare nel tempo.

La si può chiamare compensazione ambientale in natura o compensazione sostitutiva. Ma dietro il nome tecnico resta una realtà molto semplice: invece di eliminare il problema, lo si trasforma. E si chiede ai cittadini di accettarlo perché, rispetto a prima, dovrebbe andare un po’ meglio.

Il caso della cokeria di Cairo Montenotte è emblematico. La Val Bormida porta già sulle spalle una storia pesante di industrie, emissioni e ferite ambientali. Le preoccupazioni per i picchi di benzene non sono un’invenzione né un tema da archiviare con una media annuale o con l’ennesimo tavolo tecnico. In un territorio così, l’uscita da una fabbrica fortemente inquinante dovrebbe significare una cosa sola: meno pressione ambientale, più bonifiche, più salute, più possibilità di futuro.

Non può voler dire: tolta la cokeria, ecco un altro impianto. Magari un inceneritore, magari chiamato termovalorizzatore per renderlo più presentabile. Cambiano il nome, la tecnologia e le promesse, ma non il principio: la Val Bormida resta il luogo dove collocare impianti che altrove nessuno gradisce.

C’è, il rischio di cadere in questa trappola: convinte dall’idea che il nuovo sia comunque preferibile al vecchio. Ma “meno inquinante” non vuol dire innocuo; e soprattutto non vuol dire che quel territorio debba ancora sopportare un carico ambientale aggiuntivo. La salute non si misura soltanto confrontando due impianti sulla carta: conta l’effetto complessivo su un’area già provata e sulle persone che vi abitano.

C’è poi la questione decisiva dei controlli. Le rassicurazioni valgono poco se chi deve verificare non appare sempre tempestivo, rigoroso e credibile agli occhi dei cittadini. Una centralina può registrare un picco, ma non cancella ciò che è stato respirato. E se i dati vengono spiegati soltanto con le medie, mentre emergono giornate con valori elevati, la fiducia si consuma rapidamente.

Le compensazioni economiche possono finanziare una strada, un parco o un’opera comunale. Ma non possono comprare il diritto di una comunità ad avere aria più pulita. E una compensazione “in natura”, che sostituisce un impianto inquinante con uno ritenuto meno inquinante, non è una soluzione ambientale: è una trattativa sulla quantità di rischio che i cittadini devono accettare.

La vera compensazione per la Val Bormida sarebbe finalmente uscire dalla logica delle servitù industriali: bonificare, ridurre le fonti di emissione, investire in attività compatibili con il territorio e affrontare seriamente il problema dei rifiuti attraverso prevenzione, riuso e raccolta differenziata. Tutto il resto rischia di essere soltanto un cambio d’etichetta.

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