C’è una legge non scritta nella politica italiana, un principio universale, una forza gravitazionale più potente del debito pubblico: chi si dimette è perduto. La racconta bene Filippo Ceccarelli su Repubblica, quando spiega come nel nostro Paese l’atto più rivoluzionario, l’unica vera rottura dell’ordine costituito, non sia una riforma epocale, una legge di bilancio coraggiosa o un’operazione antimafia. No: la vera rivoluzione sarebbe un politico che si dimette.
Ceccarelli, parlando della Santanché, dipinge il quadro perfetto: perché mai mollare la poltrona, quando farlo significherebbe precipitare giù dal paradiso delle foto di gruppo, degli autisti con aria grave, degli scatti ufficiali in cui si appare sempre un po’ più alti, un po’ più eleganti, un po’ più indispensabili? Perché mai rinunciare a quell’estetica di splendore castale che rende la politica non un servizio, ma una spa di privilegi?
E poi, diciamolo, la vita fuori è dura.
Senza poltrona finiscono le segreterie, i telefonini, i divanetti nelle anticamere. E soprattutto finiscono gli stipendioni e cominciano i problemi: biglietti aerei senza upgrade, pranzi senza rimborso, vacanze senza invito, bisteccone pagate di tasca propria.
Rinunciare alla poltrona sarebbe una forma di autolesionismo sociale, un gesto ascetico che nessuno, in tempo di post-verità e post-vergogna, è disposto a compiere
E infatti… anche a Savona funziona allo stesso modo.
C’è chi ha collezionato un’impresa degna di un film di Sordi, con numeri alcolici da record e scene da commedia amara. Ma perché dimettersi? Per quale motivo compiere un atto che, in Italia, somiglia più a una confessione pubblica che a un gesto di responsabilità?
Tanto – si dice – la gente dimentica.
In Italia dimentichiamo tutto: scandali, processi, inchieste, video virali, performance automobilistiche non proprio sobrie… figuriamoci qualche dettaglio imbarazzante. Basta aspettare qualche settimana: l’indignazione evapora, come le multe.
E poi c’è l’altro grande pilastro del sistema: l’opposizione.
Che fa l’opposizione?
Niente, silenzio.
Nemmeno un’ombra della parola proibita: dimissioni.
E perché? Semplice: non si sa mai.
Metti che un giorno serva anche a loro.
Metti che in futuro qualcuno dei loro incappi in una scivolata, una disavventura, un test alcolemico, un incidente, una dimenticanza, una gaffe, una foto fuori posto… meglio non creare precedenti. La solidarietà tra poltrone è più forte delle bandiere politiche.
Meglio l’imbarazzo che il vuoto di potere.
Il codice non scritto della politica savonese (e italiana) è lo stesso:
nessuno si dimette, qualunque cosa accada.
Non per egoismo, attenzione, né per arroganza.
È per sopravvivenza, per attaccamento alla specie, per fedeltà alla tradizione.
Perché in un Paese che ha abolito la vergogna, la responsabilità è diventata un lusso.
E le dimissioni?
Un’utopia romantica per anime fragili.
A noi rimane l’ironia: l’unica cosa che non si dimette mai.






