Da anni si parla di economia circolare, di gestione moderna dei rifiuti e di impianti tecnologicamente avanzati. Poi però ci si scontra con la realtà. E la realtà, in Val Bormida, si chiama Bragno.
L’associazione “Progetto Vita e Ambiente” è tornata a denunciare una situazione che continua a suscitare interrogativi e preoccupazioni: le migliaia di tonnellate di ceneri provenienti da inceneritori stoccate nel capannone Ecocem sono ancora lì. E pensare che ora Bucci lo sa che ci sono
Una vicenda che affonda le radici nel 2022, quando i Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Genova accertarono la presenza di circa 27 mila metri cubi di ceneri, una quantità sei volte superiore ai 4.500 metri cubi autorizzati. Da allora sono passati anni, tra sequestri, indagini e procedure amministrative. Ma il risultato concreto è sotto gli occhi di tutti: quelle ceneri non sono ancora state rimosse.
Il presidente della Provincia, Pierangelo Olivieri, rassicura. Spiega che il problema riguarda la quantità stoccata e non la natura del materiale, classificato come non pericoloso nelle autorizzazioni. Annuncia inoltre che sarebbero in corso contatti per lo smaltimento dei rifiuti esterni e attività di campionamento per verificare la gestione del materiale presente nel capannone.
Parole che certamente intendono tranquillizzare i cittadini. Ma è davvero possibile stare tranquilli?
Perché il punto non è soltanto burocratico. Il punto è che mentre si continua a discutere della possibilità di realizzare un nuovo inceneritore in Val Bormida, esiste già un caso concreto che dimostra quanto delicata sia la gestione dei residui prodotti da questi impianti.
Quando si parla di inceneritori, infatti, spesso si sottolinea la riduzione del volume dei rifiuti e la produzione di energia. Molto meno si parla di ciò che resta dopo la combustione.
Le ceneri non spariscono per magia.
Esistono le cosiddette “ceneri pesanti” (bottom ash), che si depositano sul fondo dei forni e contengono sabbia, vetro, frammenti metallici e materiali incombusti. Dopo opportuni trattamenti possono talvolta essere riutilizzate in opere civili o sottofondi stradali.
Poi ci sono le “ceneri leggere” (fly ash), quelle raccolte dai filtri che impediscono agli inquinanti di uscire dai camini. Ed è qui che il discorso cambia radicalmente.
Queste polveri possono contenere metalli pesanti come piombo, mercurio, cadmio, arsenico, nichel e cromo. Possono inoltre ospitare diossine, furani e altri composti persistenti che richiedono particolari cautele nella gestione e nello smaltimento.
Non a caso, nella maggior parte dei casi, le ceneri leggere vengono classificate come rifiuti pericolosi e devono essere conferite in impianti specializzati o in discariche dedicate.
La domanda che molti cittadini della Val Bormida si pongono è semplice: se oggi, dopo anni, non si è ancora riusciti a risolvere definitivamente il problema delle ceneri accumulate a Bragno, come si può pensare di affrontare serenamente il tema di un nuovo impianto che produrrebbe ulteriori residui da gestire?
Perché ogni inceneritore non produce soltanto energia. Produce anche ceneri. Tante ceneri.
E la vicenda di Bragno dimostra che il problema non finisce quando il rifiuto entra nel forno. Anzi, spesso è proprio lì che comincia la parte più delicata della storia.
In attesa che quelle 27 mila tonnellate di residui trovino finalmente una destinazione certa, la montagna di ceneri continua a ricordare a tutti una verità scomoda: i rifiuti bruciati non spariscono. Cambiano semplicemente forma. E qualcuno, prima o poi, deve comunque occuparsene.






