Celle Ligure, l’ennesima colata di cemento… in zona esondabile

Dallo stabilimento Olmo alle palazzine: storia di un progetto che sfida la logica (e forse anche il buon senso)

Dello storico stabilimento di biciclette Olmo a Celle ligure restano solo muri spenti e vetrine oscurate, in attesa che la ruspa dia il colpo di grazia.
Al suo posto non arriverà un museo, un centro culturale o uno spazio pubblico per la comunità: no, arriveranno palazzi, residenze di pregio con box interrati… a pochi passi dal Rio Santa Brigida.

Il progetto, partorito più di quindici anni fa e rianimato a colpi di revisioni, è stato approvato definitivamente. Non solo conferma il disegno originario, ma lo “migliora”: dai 34 alloggi iniziali si passa a 41-42. Perché, si sa, quando si costruisce, un appartamento in più non si nega mai.

Il nodo della zona a rischio idraulico

Ed eccoci al punto: l’area è classificata in “Piano di Bacino A”, cioè il livello più alto di pericolosità idraulica. In altre parole, se il Santa Brigida decide di esondare, qui l’acqua arriva senza bussare. Nonostante questo, sono previsti due piani di box interrati.
Gli ingegneri idraulici provinciali hanno dato parere positivo. Tutto a posto, tutto regolare. Ma viene spontaneo chiedersi: davvero?

Non serve andare troppo lontano per trovare precedenti. A Celle, il “caso Rilevato Ferroviario” è ancora fresco nella memoria: anche lì, zona a rischio massimo, i box interrati non erano previsti. Poi, con uno slalom degno di Coppa del Mondo, sono stati realizzati lo stesso. Ma per renderli utilizzabili e vendibili si è dovuto costruire un dosso stradale davanti alla farmacia, per difenderli dalle piene del Santa Brigida. Risultato? Un’opera permanente che i cellesi percorrono ogni giorno, su e giù, come in un parco giochi obbligatorio.

Il copione che si ripete

Con i box interrati della Olmo, rischiamo un déjà-vu perfetto: il cemento viene prima, le opere “protettive” dopo. E se qualcosa va storto, la colpa sarà del “cigno nero” o della “pioggia eccezionale”.
Intanto, la facciata dello stabilimento sarà “tutelata” dalla Soprintendenza, come se bastasse una foto ricordo a compensare la perdita di un pezzo di memoria industriale.

La domanda finale è amara:
Con questo progetto avremo ancora bisogno che qualcuno non veda, non senta e non parli?
O forse sarebbe ora che, almeno in una zona a rischio alluvione, il buon senso tornasse a battere il cemento?

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