A Celle Ligure non chiude solo un’edicola. Chiude un’epoca. E nessuno, a sinistra, sembra avere il coraggio di dirlo ad alta voce.
La serranda della storica attività di via Aicardi è scesa per sempre. Un luogo che per decenni ha garantito informazione, socialità, servizi minimi, oggi diventa l’ennesimo spazio vuoto in un centro storico sempre più impoverito. Ma guai a chiamarla crisi: a Celle la parola è diventata tabù, come se nominarla fosse più pericoloso che subirla.
Per oltre mezzo secolo il paese è stato governato dalla stessa area politica. Cinquant’anni di amministrazioni “progressiste” che avrebbero dovuto difendere il commercio di prossimità, la vita quotidiana, la funzione sociale dei negozi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: attività storiche che chiudono una dopo l’altra, giovani che non investono, residenti che scendono in paese solo d’estate.
Il centro storico, una volta luogo vissuto, è stato lentamente trasformato in scenografia. Bello da fotografare, inutile da abitare. Le botteghe non reggono più perché non c’è una visione, non c’è una politica commerciale, non c’è una strategia urbana che tenga insieme turismo, residenza e servizi. C’è solo l’attesa che “qualcosa succeda”, mentre tutto si spegne.
La chiusura dell’edicola non è colpa dell’ultima gestione. È l’esito finale di un ambiente diventato ostile al piccolo commercio: affitti insostenibili, stagionalità feroce, assenza di incentivi veri, totale disinteresse per le funzioni non redditizie ma essenziali. Un’edicola non produce eventi, non fa marketing, non porta like. Porta persone. E questo, evidentemente, non interessa più.
Da decenni si governa parlando di “paese vivibile”. Ma vivibile per chi? Per chi ci abita tutto l’anno o per chi passa due settimane ad agosto? Per i residenti o per la rendita immobiliare? Perché un paese senza edicole, senza negozi, senza presidi quotidiani non è un paese: è un dormitorio stagionale.
La sinistra cellese dovrebbe avere l’onestà di guardare questo dato in faccia: ha amministrato il declino. Lo ha fatto lentamente, con buone parole e cattive abitudini, lasciando che il mercato decidesse tutto, salvo poi stupirsi quando il mercato se ne va.
Oggi via Aicardi perde un altro pezzo di identità. Domani toccherà a qualcun altro. E se nessuno cambia rotta, tra qualche anno resteranno solo cartelli “affittasi” e comunicati autocelebrativi.
La serranda è chiusa. Ma il vero fallimento è politico.






