
Le onorificenze della Repubblica dovrebbero rappresentare uno dei momenti più alti del riconoscimento pubblico. Un modo per premiare cittadini che, con il proprio lavoro, hanno dato un contributo straordinario al Paese. Proprio per questo ogni nomina dovrebbe essere accompagnata non solo dalla legittimità formale, ma anche dall’opportunità politica e istituzionale.
In Liguria, invece, la nomina a Cavaliere della Repubblica di Giuseppe Maria Sciortino, addetto stampa del viceministro Edoardo Rixi, ha inevitabilmente sollevato interrogativi e polemiche.
Nessuno mette in discussione il curriculum professionale di Sciortino. Giornalista professionista, già direttore di Primocanale e successivamente collaboratore dell’ufficio stampa della Lega alla Camera, oggi ricopre il ruolo di portavoce del viceministro alle Infrastrutture. Un percorso certamente importante nel mondo della comunicazione e dell’informazione.
La questione però non riguarda tanto la persona quanto il contesto.
L’onorificenza viene conferita dal Presidente della Repubblica, ma le candidature vengono proposte attraverso i canali istituzionali del Governo e delle Prefetture. Ed è qui che nasce il problema politico: Sciortino è il collaboratore diretto di un esponente di primo piano dello stesso Governo che, indirettamente, partecipa al sistema che conduce all’assegnazione delle onorificenze.
È tutto regolare? Certamente sì.
È opportuno? È una domanda diversa.
In politica spesso conta non solo l’assenza di conflitti reali, ma anche l’assenza del sospetto di conflitti. Le istituzioni vivono di credibilità e di percezione pubblica. Quando un riconoscimento così prestigioso viene assegnato a chi opera all’interno delle stanze del potere, il rischio è che l’opinione pubblica si chieda se il merito sia stato valutato con assoluta indipendenza oppure se abbiano pesato anche vicinanze politiche e relazioni istituzionali.
La vicenda assume un significato ancora più particolare in una Liguria dove la politica è stata recentemente attraversata da inchieste, polemiche e dibattiti sulla commistione tra ruoli istituzionali, rapporti personali e gestione del potere. Proprio per questo sarebbe forse servita una maggiore prudenza.
Non si tratta di mettere sotto processo Sciortino né di negargli i meriti professionali maturati nel corso della sua carriera. Il punto è un altro: quando si assegnano onorificenze pubbliche a figure direttamente collegate al Governo in carica, la soglia dell’attenzione dovrebbe essere ancora più alta.
Perché il rischio è che un riconoscimento nato per unire finisca invece per dividere.
E soprattutto perché la domanda che resta sospesa nell’aria è semplice: in una regione ricca di volontari, medici, insegnanti, imprenditori, forze dell’ordine e cittadini che ogni giorno operano lontano dai palazzi della politica, era davvero questa la scelta più opportuna per rappresentare il merito nella Festa della Repubblica?
Una domanda legittima che merita una risposta altrettanto chiara.
Perché la legalità è indispensabile, ma nelle istituzioni la sensibilità politica e il senso dell’opportunità valgono spesso quanto le regole.






