Caselli sotto pressione, sindacati in ritardo: quando la realtà corre e le parole arrancano

C’è una scena che si ripete ogni giorno, sempre più spesso, ai caselli autostradali: code lunghe, automatismi che non funzionano, utenti nervosi, lavoratori lasciati soli a gestire il caos. E, nel mezzo, gli esattori. Quelli veri. Quelli che ci mettono la faccia.

Non è più solo una questione di disservizi. È una questione di salute.

Sempre più operatori si sentono male per lo stress, crollano sotto una pressione continua fatta di ritmi, tensione e – troppo spesso – aggressioni. Non è un’esagerazione. È cronaca quotidiana. Una realtà che chiunque abbia fatto una coda in autostrada negli ultimi mesi ha percepito sulla propria pelle.

Eppure, davanti a questo scenario evidente, la risposta sindacale sembra muoversi su un altro piano. Più lento. Più distante.

Nel comunicato unitario delle RSA del Tronco 1 di Autostrade per l’Italia si parla di “richiesta di attivazione dell’indagine sullo stress lavoro-correlato” e si sottolinea che “la situazione è ormai insostenibile” . Parole giuste, per carità. Ma anche inevitabili. Arrivano dopo mesi – se non anni – di segnali evidenti.

E qui nasce il punto.

Davvero serve un’indagine per capire che qualcosa non funziona?
Davvero c’è bisogno di certificare ciò che è sotto gli occhi di tutti?

Il rischio è che il sindacato, invece di anticipare i problemi, si limiti a rincorrerli. Che diventi – più che un soggetto di lotta – un passacarte delle decisioni aziendali. Un intermediario burocratico che prende atto, protocolla, chiede verifiche.

Nel frattempo, però, gli esattori continuano a lavorare in condizioni difficili. Tra sistemi automatici che dovrebbero semplificare ma complicano, tra clienti esasperati che scaricano la rabbia sull’unico volto umano disponibile, tra turni che non lasciano respiro.

E allora la domanda è inevitabile, quasi brutale:
il sindacato in autostrada esiste ancora?

Esiste come forza capace di incidere davvero? Di pretendere soluzioni immediate? Di dire basta, quando serve?

O si è trasformato in un osservatore istituzionale, che fotografa il disagio ma fatica a cambiarlo?

Perché qui non si tratta di teoria. Non si tratta di “stress lavoro-correlato” come formula da documento. Qui si tratta di persone che si sentono male sul posto di lavoro. Di lavoratori che diventano il bersaglio di una rabbia che nasce altrove: nei sistemi che non funzionano, nelle scelte organizzative, nella logica del risparmio a tutti i costi.

E quando la tensione sale, il primo a pagare è sempre l’ultimo anello della catena.

L’esattore.

Forse è il momento di uscire dalla melina. Di abbandonare i comunicati pieni di formule e iniziare a parlare il linguaggio dei fatti. Di pretendere interventi concreti: più personale, sistemi funzionanti, tutele vere per chi sta in prima linea.

Perché la realtà, quella dei caselli, non aspetta le indagini.

Scorre. Come le auto in coda.

E ogni giorno che passa, presenta il conto.

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