
La vicenda assume così una dimensione ancora più grave. Non siamo di fronte a qualche irregolarità isolata o all’iniziativa di pochi soggetti senza scrupoli. Siamo davanti a un sistema che, secondo gli inquirenti, avrebbe utilizzato lavoratori stranieri arrivati in Italia attraverso i decreti flussi o percorsi irregolari, reclutati, trasferiti da un cantiere all’altro e inseriti in una rete di subappalti che attraversava diverse opere pubbliche.
Il racconto delle vittime è drammatico. Operai che non parlavano italiano, spesso ignari dei propri diritti, ospitati in appartamenti fatiscenti, trasportati sui cantieri con furgoni e impiegati per otto-dieci ore al giorno. In alcuni casi completamente in nero. A Vado, invece, formalmente assunti e pagati tramite bonifico, ma costretti a restituire tra il 40 e il 60 per cento dello stipendio ai caporali che li avevano reclutati.
Una forma di schiavitù moderna che si consumava all’ombra di uno dei più grandi investimenti pubblici degli ultimi anni.
Particolarmente significative sono le testimonianze raccolte dagli avvocati e dai sindacalisti della Cgil che hanno assistito i lavoratori. Dietro i numeri dell’inchiesta emergono persone in carne e ossa: operai licenziati dopo aver collaborato con i carabinieri, lavoratori intimiditi, persone gravemente malate rimaste senza sostegno dopo aver perso il lavoro.
Vicende che fanno crollare la narrazione secondo cui tutto sarebbe stato sotto controllo.
E qui si apre inevitabilmente una questione politica. Per anni la nuova diga è stata presentata come il simbolo della modernizzazione della Liguria, il fiore all’occhiello della politica delle grandi opere. Oggi scopriamo che una parte di quella costruzione sarebbe passata attraverso lavoratori sfruttati, sottopagati e ricattati.
Davvero nessuno si era accorto di nulla?
È la domanda che molti cittadini si pongono. Perché mentre si celebravano inaugurazioni, conferenze stampa e rendering futuristici, nel cantiere operavano persone che, secondo l’accusa, vivevano condizioni incompatibili con un Paese civile.
Le dichiarazioni del presidente della Regione Marco Bucci, che ha liquidato come “strumentali” alcune polemiche politiche, rischiano di apparire quantomeno fuori fuoco rispetto alla gravità dei fatti contestati dalla magistratura. Non si tratta infatti di una disputa tra maggioranza e opposizione. Qui si parla di diritti fondamentali, di dignità del lavoro e di legalità.
La stessa Cgil ha chiesto un incontro urgente alla Regione, sottolineando come i grandi cantieri pubblici possano diventare terreno fertile per infiltrazioni criminali quando i controlli risultano insufficienti. Una denuncia che merita ascolto e non irritazione.
Anche il Partito Democratico ligure ha parlato di un atteggiamento eccessivamente difensivo da parte dei vertici regionali, sostenendo che la situazione richiederebbe autocritica e trasparenza più che polemiche.
Al di là delle schermaglie politiche, resta un dato che dovrebbe far riflettere tutti: un’opera pubblica da 1,6 miliardi di euro rischia di essere ricordata non soltanto per la sua imponenza ingegneristica, ma anche per le ombre che stanno emergendo sulla pelle di lavoratori fragili e ricattabili.
La vera domanda oggi non è chi possa trarre vantaggio politico dall’inchiesta. La vera domanda è come sia stato possibile che, in cantieri finanziati con denaro pubblico e considerati strategici per il futuro della Liguria, si siano create le condizioni per uno sfruttamento che richiama pagine che pensavamo appartenessero a un’altra epoca.
Perché una grande opera non può essere considerata un successo se, insieme al cemento e all’acciaio, incorpora anche il silenzio, la paura e i diritti negati di chi l’ha costruita.
