Camogli salva il suo pino. Altrove, invece, si abbatte e basta

C’è ancora qualche luogo in Liguria dove un albero non viene considerato soltanto un ostacolo, un costo o un fastidio da eliminare alla prima perizia prudenziale. Camogli, almeno questa volta, ha dato una lezione che va oltre il destino di un pino secolare: ha dimostrato che quando una comunità considera un albero parte della propria identità, allora si prova davvero a salvarlo.

Il pino del Cenobio dei Dogi non è un alberello ornamentale qualsiasi. Ha oltre trecento anni, domina la passeggiata come un guardiano silenzioso del mare ed è diventato un simbolo della città, quasi quanto il castello della Dragonara. Certo, il problema della sicurezza esiste. Nessuno lo nega. Le perizie parlano di un albero fragile, scavato dal tempo, lesionato dal vento e dalle malattie. Eppure, davanti alla prospettiva dell’abbattimento, Camogli si è fermata. I cittadini hanno protestato, i turisti hanno scritto, il Comune e i proprietari hanno deciso di tentare l’impossibile.

E così, invece della motosega, arriverà una sorta di “stampella tecnologica”: micropali nella roccia, un collare metallico ammortizzato, monitoraggi continui. Un intervento costoso, complesso, forse persino sperimentale. Ma il punto è proprio questo: si è deciso di provarci.

Perché un albero storico non è soltanto biomassa da contabilizzare. È memoria collettiva. È paesaggio. È identità. È il segno che un luogo mantiene ancora un rapporto emotivo con la propria storia.

E allora il pensiero corre inevitabilmente a ciò che accade in altri Comuni liguri, da Celle ad altre realtà della costa, dove invece i pini vengono abbattuti in serie quasi con automatismo burocratico. Senza un vero confronto pubblico. Ignorando persino i pareri di agronomi che ne attestavano buone condizioni vegetative. E quasi sempre nel silenzio totale delle autorità ambientali, che sembrano risvegliarsi soltanto quando c’è da tagliare, mai quando c’è da salvare.

La differenza sta tutta lì: a Camogli si è cercata una soluzione. Altrove troppo spesso si cerca soltanto una giustificazione.

Naturalmente nessuno pretende irresponsabilità. Se un albero è realmente pericoloso bisogna intervenire. Ma oggi il sospetto diffuso tra i cittadini è che il principio di precauzione sia diventato una scorciatoia amministrativa: meglio abbattere subito, così nessuno rischia responsabilità. Poco importa se si cancellano alberature storiche che hanno resistito per decenni a mareggiate, vento e incuria.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: lungomari sempre più spogli, piazze arroventate d’estate, paesi che perdono lentamente la loro anima verde. E la cosa più triste è che spesso questi abbattimenti vengono raccontati come inevitabili “operazioni di riqualificazione”.

Camogli invece ci ricorda una cosa semplice: un albero monumentale non si sostituisce con tre piantine in vaso e una conferenza stampa. Un albero storico è un pezzo di paesaggio umano. E quando una comunità lotta per salvarlo, forse significa che non tutto è ancora perduto.

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