Cairo, Briano vuole unire l’opposizione. Ma per guidarla serve credibilità

Giorgia Ferrari e Fulvio Briano

C’è qualcosa che stride nelle dichiarazioni rilasciate a SavonaNews da Fulvio Briano, capogruppo di “Più Cairo”, dopo il Consiglio comunale dedicato all’inceneritore.

La prima parte del suo ragionamento appare condivisibile: in vista delle prossime elezioni amministrative, le opposizioni dovrebbero provare a costruire una lista unitaria capace di rappresentare una vera alternativa all’attuale sindaco Paolo Lambertini. Presentarsi nuovamente divisi significherebbe quasi certamente consegnare la vittoria alla maggioranza uscente ancora prima dell’apertura delle urne.

Fin qui nulla da eccepire.

Le perplessità iniziano quando Briano non si limita a proporre l’unità, ma conferma anche la propria disponibilità a «guidare questo progetto, per il bene e il futuro di Cairo».

È proprio questa autocandidatura a meritare qualche riflessione.

Chi vuole guidare una coalizione alternativa non può limitarsi a indicare gli errori dell’amministrazione Lambertini. Deve anche spiegare quale credibilità politica possa mettere sul tavolo e, soprattutto, fare i conti con la propria storia amministrativa.

Fulvio Briano è stato sindaco di Cairo e ha quindi partecipato direttamente, con responsabilità politiche importanti, alla gestione di una città segnata da problemi ambientali e industriali mai realmente risolti. Sarebbe ingeneroso attribuirgli ogni responsabilità per l’inquinamento accumulato in decenni di attività produttive. Sarebbe però altrettanto sbagliato fingere che chi ha governato Cairo possa oggi presentarsi come un osservatore appena arrivato.

Quali battaglie ambientali furono condotte durante i suoi mandati? Quali risultati concreti vennero ottenuti? Quali controlli, pressioni istituzionali e iniziative furono messi in campo a tutela della salute dei cittadini?

Sono domande politiche legittime, soprattutto oggi che Briano cerca di accreditarsi come uno dei protagonisti della battaglia contro l’inceneritore.

Anche su questo fronte, infatti, la sua azione appare meno netta e convincente rispetto a quella portata avanti da Giorgia Ferrari. Quest’ultima ha assunto fin dall’inizio una posizione chiara, determinata e difficilmente equivocabile contro l’ipotesi di trasformare Cairo e la Val Bormida nella «terra sacrificale della Liguria».

Non basta presentare una mozione quando il tema è ormai esploso. Occorre dimostrare continuità, coerenza e capacità di stare dalla stessa parte anche quando la battaglia non garantisce visibilità o vantaggi elettorali.

Se davvero si vuole costruire una lista unitaria, la scelta del candidato sindaco non può essere decisa attraverso un’autocandidatura inserita in fondo a un’intervista. Dovrà nascere da un confronto trasparente tra tutte le forze di opposizione, i comitati e quella parte della società civile che in questi mesi si è mobilitata contro l’inceneritore.

E in questo confronto il nome di Giorgia Ferrari dovrebbe essere preso seriamente in considerazione. Non per una semplice questione personale, ma perché la sua posizione sull’inceneritore è apparsa più coerente, riconoscibile e determinata.

Briano ha ragione quando sostiene che Cairo abbia bisogno di un’alternativa unita. Ma unire non significa necessariamente mettersi alla guida. Talvolta il primo gesto utile alla costruzione di un progetto comune consiste proprio nel rinunciare alla pretesa di esserne automaticamente il capo.

Il futuro di Cairo non può essere affidato né alle sole parole della maggioranza né alle ambizioni personali dell’opposizione. Servono credibilità, memoria e coerenza. E soprattutto occorre evitare che la battaglia contro l’inceneritore diventi semplicemente il trampolino elettorale per il ritorno di protagonisti già ampiamente conosciuti.

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