
«Il cambiamento non si aspetta e non si subisce: si guida».
All’assemblea di Manageritalia Liguria il presidente della Regione Liguria Marco Bucci ha parlato di innovazione, visione, coraggio, capacità di guardare lontano e costruire oggi ciò che servirà tra venti o cinquant’anni…ascolta
Parole condivisibili. Anzi, parole che qualunque amministratore dovrebbe scolpire sulla propria scrivania.
C’è però un dettaglio che rende questo discorso quantomeno curioso.
Mentre si parla di futuro, innovazione e trasformazione, la principale opera industriale che la Regione sembra voler proporre alla Val Bormida è un inceneritore.
Una tecnologia che affonda le proprie radici negli anni Settanta del secolo scorso.
Viene spontanea una domanda: dov’è l’innovazione?
Perché se si parla di intelligenza artificiale, economia circolare, recupero di materia, nuove filiere industriali, idrogeno, accumulo energetico, comunità energetiche e tecnologie avanzate, è difficile considerare la combustione dei rifiuti come la frontiera del futuro.
Bruciare rifiuti significa sostanzialmente fare oggi quello che si faceva decenni fa, con impianti certamente più efficienti e controllati, ma basati sullo stesso principio: eliminare un problema trasformandolo in fumo, ceneri e calore.
Il paradosso è evidente.
Da una parte si invita il mondo imprenditoriale a cogliere le trasformazioni prima degli altri.
Dall’altra si propone alla Val Bormida un’infrastruttura che rischia di legare il territorio per i prossimi trent’anni a un modello industriale che molti Paesi europei stanno già cercando di superare.
La stessa Unione Europea continua a spingere verso la gerarchia dei rifiuti: prima la riduzione, poi il riuso, quindi il riciclo e soltanto alla fine il recupero energetico.
Tradotto: l’incenerimento non rappresenta il punto di arrivo dell’economia circolare ma una soluzione residuale.
E qui emerge la vera questione politica.
Se davvero la Liguria vuole costruire il proprio futuro sui settori innovativi, sulla sostenibilità e sulle nuove tecnologie, perché la grande scommessa industriale destinata alla Val Bormida non riguarda la ricerca, il recupero avanzato dei materiali, la chimica verde, l’economia circolare o le nuove energie?
Perché il progetto simbolo dovrebbe essere proprio un impianto che necessita di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti da bruciare ogni anno per restare economicamente sostenibile?
La domanda è ancora più legittima in una valle che porta sulle spalle una storia industriale complessa, segnata da decenni di servitù ambientali.
Una valle che da anni cerca di costruire un’immagine diversa, legata alla qualità della vita, al turismo lento, alle produzioni agricole, al vino, ai formaggi e alle eccellenze del territorio.
Quando Bucci afferma che bisogna avere il coraggio di guardare oltre il presente, probabilmente molti cittadini della Val Bormida sono d’accordo.
Proprio per questo si chiedono se un inceneritore rappresenti davvero il futuro oppure il tentativo di riproporre, con un nome più moderno, una ricetta industriale già vista.
Perché innovare significa immaginare ciò che ancora non c’è.
Non necessariamente perfezionare ciò che esiste da mezzo secolo.
E forse la vera sfida per la Liguria sarebbe dimostrare che una valle può diventare protagonista della transizione ecologica senza dover essere ancora una volta il luogo dove si concentra ciò che gli altri territori non vogliono ospitare.






