
Ogni volta che si apre un dibattito su un’opera pubblica, un impianto industriale, un inceneritore o una grande infrastruttura, il copione è sempre lo stesso.
Da una parte ci sarebbero quelli che “vogliono fare”. Dall’altra quelli che “non vogliono fare nulla”, i nostalgici della “decrescita felice”, i conservatori che avrebbero paura del futuro.
Anche il presidente della Regione Liguria Marco Bucci è tornato a utilizzare questa narrazione, contrapponendo chi investe e costruisce a chi solleva dubbi, critiche o preoccupazioni…vedi
Peccato che la realtà sia molto più complessa.
Perché nessuno è contrario al lavoro, agli investimenti o all’innovazione. Nessuno sostiene seriamente che la Liguria debba fermarsi e rinunciare a creare occupazione. Il punto è un altro: quale sviluppo vogliamo?
Ridurre tutto allo scontro tra “chi fa” e “chi dice no” significa evitare la vera discussione.
Quando cittadini, comitati, amministratori locali o associazioni contestano un progetto, non sempre lo fanno perché hanno paura del futuro. Spesso chiedono semplicemente di capire quali saranno gli effetti sul territorio, sull’ambiente, sulla salute e sulla qualità della vita.
È una domanda legittima.
Anzi, dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi amministrazione moderna.
Prendiamo il caso degli inceneritori, diventati quasi il simbolo di questa contrapposizione ideologica. Chi li critica viene spesso descritto come un estremista del “no”. Eppure esistono esperti, tecnici, amministratori e perfino imprenditori che sostengono modelli diversi basati sulla riduzione dei rifiuti, sul recupero di materia e sull’economia circolare.
Liquidare queste posizioni come paura del progresso significa ignorare un dibattito che esiste in tutta Europa.
C’è poi un’altra contraddizione.
Bucci parla di innovazione e futuro, ma molte delle opere presentate come simboli della modernità appartengono in realtà a un modello industriale del Novecento: grandi impianti energivori, consumo di suolo, concentrazione delle attività e crescita quantitativa come unico indicatore di successo.
Ma il mondo sta cambiando.
Il cambiamento climatico non è più una teoria. Le alluvioni, la siccità, le ondate di calore e il dissesto idrogeologico stanno già presentando il conto. In una regione fragile come la Liguria, dove ogni metro quadrato di territorio ha un valore ambientale enorme, conservare non significa essere conservatori.
Significa essere responsabili.
La vera sfida non è scegliere tra sviluppo e tutela del territorio.
La vera sfida è riuscire a fare entrambe le cose contemporaneamente.
Servono imprese innovative? Certamente.
Servono investimenti? Senza dubbio.
Servono posti di lavoro? Assolutamente sì.
Ma servono anche regole, controlli, trasparenza e la capacità di ascoltare chi vive nei territori.
Altrimenti il rischio è che la parola “sviluppo” diventi una formula magica buona per giustificare qualsiasi cosa.
La fiducia di cui parla Bucci non nasce perché un presidente ripete che bisogna avere fiducia.
La fiducia nasce quando i cittadini vedono risultati concreti, processi trasparenti e amministratori capaci di confrontarsi anche con chi non la pensa come loro.
Chi solleva dubbi non è necessariamente nemico del progresso.
A volte è semplicemente qualcuno che chiede che il progresso abbia anche un senso.






