Cairo Montenotte e il porto di Savona-Vado al centro di una giornata che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe segnare il futuro del Nord-Ovest. Da una parte Marco Bucci, dall’altra Alberto Cirio: insieme per parlare di sviluppo, logistica e – inevitabilmente – funivie.Il copione è quello delle grandi occasioni: “macroregione”, “hub europeo”, “direttrici Lisbona-Kiev e Genova-Rotterdam”. Parole che evocano scenari ambiziosi, quasi epici. Ma poi, come spesso accade, la realtà bussa alla porta. E lo fa con un nome preciso: Funivie.
Fermate dal 2019, diventate simbolo di un’infrastruttura sospesa tra passato e futuro, oggi le funivie tornano al centro del dibattito. Cirio le definisce un possibile “patrimonio Unesco”, aprendo alla prospettiva di finanziamenti per il recupero. Ma la frase che resta sospesa nell’aria è un’altra: vale davvero la pena ripristinarle o conviene trasformarle in qualcos’altro?
E qui si apre la crepa.
Perché parlare di patrimonio storico può suonare come valorizzazione, ma rischia di essere interpretato come una resa elegante. Un modo per dire: non le rimettiamo in funzione, le conserviamo. Un museo, più che un’infrastruttura strategica.
Nel frattempo, Bucci rilancia il disegno più ampio: Liguria e Piemonte come un unico sistema economico, con il porto come porta sul mondo e il Piemonte come retroporto naturale. Una visione che ha una sua logica industriale, ma che si scontra con problemi concreti: collegamenti ferroviari ancora insufficienti, traffico su gomma dominante, infrastrutture da potenziare più che da raccontare.
E allora la domanda resta lì, inevitabile: siamo davanti a un progetto vero o all’ennesima narrazione?
Perché il territorio, quello reale, aspetta risposte da anni. Le funivie ferme, i collegamenti da migliorare, le promesse che si accumulano. E ogni visita istituzionale rischia di somigliare sempre di più a una fotografia ben riuscita, ma con lo sfondo ancora sfocato.
La sensazione è che si continui a parlare di futuro senza aver ancora deciso cosa fare del presente. E in mezzo, come sempre, resta la Val Bormida: troppo importante per essere ignorata, ma ancora senza una direzione chiara.






