Bormida dice “No” alla riapertura della Cava Giambrigne: cittadini mobilitati e firme contro il progetto

La piccola comunità di Bormida e i Comuni limitrofi si stanno opponendo con forza alla possibile riapertura della Cava Giambrigne, un vecchio sito estrattivo di calcare collocato nei pressi dell’abitato, storicamente chiuso da decenni ma oggi al centro di una controversia che rischia di riaccendere un vecchio conflitto tra ambiente, salute pubblica e interessi economici.

Firme e mobilitazione popolare

Nei giorni scorsi sono state raccolte circa 600 firme in un appello pubblico volto a ribadire un netto “no” alla riapertura della cava da parte di residenti, associazioni ambientaliste e realtà civiche della Valle Bormida. La raccolta firme è stata promossa proprio per sostenere la posizione del Comune e affiancare la Regione Liguria nella battaglia legale contro la società proponente.

Secondo gli organizzatori, l’apertura di un sito estrattivo in questa area non rappresenterebbe uno sviluppo positivo per il territorio, ma semmai un ulteriore fattore di pressione ambientale per una valle già pesantemente segnata da anni di industrializzazione e criticità ambientali.

Il contenzioso legale davanti al TAR

Il progetto di riattivazione della cava è al centro di un contenzioso giudiziario. La Giambrigne Srl ha presentato un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) della Liguria contro il diniego espresso dalla Regione Liguria in merito alla richiesta di trasferimento dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività di cava, ritenendo illegittimo il blocco dovuto alla scadenza della Valutazione di Impatto Ambientale.

Il TAR ha fissato l’udienza per il 6 febbraio 2026, dove sarà valutato il ricorso della società proponente. Il Comune di Bormida, da parte sua, ha già annunciato che si costituirà in giudizio con un intervento ad opponendum per difendere la propria posizione e sostenere il rigetto della richiesta di riapertura.

Perché i cittadini si oppongono

La motivazione principale alla base della mobilitazione popolare è ambientale e sociale:

  • L’area in cui si trova la cava è vincolata dal punto di vista idrogeologico e paesaggistico, esponendo il territorio a rischi concreti di impatto sul paesaggio naturale e sulle acque del Rio Cavazzoli.

  • Il progetto prevederebbe estrazione di grandi volumi di materiale (oltre 380.000 m³), uso di esplosivi, disboscamento e un aumento significativo di traffico pesante — elementi che preoccupano per i rumori, le polveri sottili e la qualità dell’aria.

  • Per molti abitanti, la riapertura rappresenta un rischio per la salute pubblica e la qualità della vita, senza contare l’effetto negativo sugli sforzi di valorizzazione del territorio e dell’economia locale basata su turismo, ambiente e servizi.

Una comunità unita per il proprio futuro

La mobilitazione di Bormida si inserisce in un contesto più ampio di attivismo civico nella Val Bormida, dove negli ultimi mesi diverse battaglie ambientali (dall’inceneritore alle pale eoliche) hanno visto cittadini e associazioni protagonisti nel rivendicare trasparenza, tutela della salute e difesa del patrimonio naturale locale.

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