C’è un punto in cui la politica smette di essere opinione e diventa misura della credibilità. E quel punto, per Roberto Arboscello, oggi non è in Val Bormida. È a casa sua. A Bergeggi.
Perché mentre partecipa alle battaglie ambientaliste nella valle da appartenente al partito degli inceneritori per antonomasia sul fronte ben più vicino e ben più concreto del deposito di GNL nel porto di Vado Ligure cala un silenzio che fa rumore.
Un silenzio assordante.
Eppure i fatti sono lì, nero su bianco. La nuova diga foranea del porto di Vado, già avanzata oltre il 70% dei lavori (oggi intorno all’80%), viene modificata anche per rendere possibile un accosto funzionale proprio al deposito di gas naturale liquefatto….leggi.… Non un dettaglio tecnico, ma una scelta strategica.
Per far posto a questa operazione si cambiano perfino le logiche costruttive: cassoni “prestati”, altri destinati a nuove funzioni, tetrapodi al loro posto. Un puzzle ingegneristico che racconta una cosa molto semplice: il progetto del GNL non è un’ipotesi, è una direzione concreta.
E qui nasce il cortocircuito politico.
Perché se in Val Bormida giustamente si parla di salute, di ambiente, di tutela del territorio a Bergeggi invece si tace su un’infrastruttura che molti cittadini percepiscono come una potenziale bomba ecologica. Un deposito di gas liquefatto in un’area delicata, a ridosso di un ecosistema marino già sotto pressione.
Possibile che l’“ecologista” Arboscello non senta il bisogno di dire una parola chiara?
Possibile che la preoccupazione per l’ambiente abbia confini geografici così netti?
La sensazione, difficile da ignorare, è quella di un ambientalismo a intermittenza. Forte quando conviene politicamente, più sfumato – fino a sparire – quando il tema tocca equilibri locali più scomodi.
E non è solo una questione di coerenza personale. È un tema politico serio.
Perché qui non si parla di una pista ciclabile o di una rotonda. Si parla di un’infrastruttura energetica delicata, che comporta rischi industriali, impatti sulla sicurezza e interrogativi ambientali tutt’altro che banali. Il tutto in un contesto portuale già carico di pressioni: traffico, logistica, erosione costiera, equilibri marini.
E allora la domanda è inevitabile:
perché tanta prudenza qui, dove servirebbe chiarezza?
Il paradosso è evidente. Chi guida – o vorrebbe guidare – battaglie ambientali dovrebbe essere il primo a non avere zone d’ombra. Invece oggi sembra valere una regola non scritta: si alza la voce dove è facile, si abbassa dove è complicato.
Nel frattempo, la diga cambia forma, il progetto avanza, e il dibattito pubblico resta monco.
E forse è proprio questo il punto più critico: non tanto il GNL in sé – tema che meriterebbe un confronto serio, tecnico, aperto – ma l’assenza di una posizione chiara da parte di chi dovrebbe rappresentare un riferimento.
Perché alla fine, più delle opere, sono i silenzi a costruire sfiducia.
E in politica, quelli, non si possono mascherare con nessun cassone.
