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Benzene, tavoli e il sospetto della “soluzione” già pronta

I picchi di benzene attorno all’Italiana Coke non sono una novità e non possono più essere trattati come una fastidiosa parentesi da affrontare con l’ennesimo tavolo tecnico. In Val Bormida di tavoli se ne sono già visti abbastanza: si riuniscono, ascoltano, verbalizzano, aggiornano e spesso, nel frattempo, i cittadini continuano a respirare la stessa aria.

Se il sindaco di Cairo Paolo Lambertini ritiene che la situazione sia davvero “non sostenibile”, se da anni il Comune segnala alle autorità competenti la gravità del problema e se ci sono nuovi picchi di una sostanza cancerogena come il benzene, allora non basta annunciare un’altra riunione. Occorrono atti formali, richieste precise di controlli, verifiche sulle eventuali violazioni delle autorizzazioni e, se emergono elementi concreti di reato o di pericolo per la salute pubblica, una segnalazione alla magistratura. Non per fare spettacolo, ma perché il ruolo di un sindaco non può esaurirsi nell’esprimere preoccupazione davanti alle telecamere.

Dire che l’impianto è vecchio, che non sono stati fatti interventi adeguati e che bisogna agire “in maniera drastica” è già un atto d’accusa pesante. Ma allora la domanda è semplice: dopo anni di segnalazioni, che cosa è stato ottenuto? Quali prescrizioni sono state imposte? Quali controlli straordinari sono stati chiesti? E soprattutto: perché i cittadini dovrebbero accontentarsi ancora di un tavolo tecnico?

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Il richiamo polemico all’inceneritore, quasi a dire che gli ambientalisti si occupano troppo di un impianto futuro e troppo poco della cokeria presente, rischia di essere un ragionamento molto comodo. Nessuno nega la gravità dell’inquinamento prodotto dall’Italiana Coke. Anzi: proprio perché il problema esiste da anni, sarebbe irresponsabile minimizzarlo.

Ma non si può accettare che una tragedia ambientale già in corso diventi l’argomento per far passare un’altra scelta industriale altrettanto pesante. Il sospetto, legittimo, è che si costruisca questo racconto: la cokeria inquina, dunque al suo posto o accanto ad essa servirebbe un inceneritore; e l’inceneritore, miracolosamente, sarebbe più moderno, più sicuro, quasi innocuo.

Peccato che non sia così semplice. Un inceneritore produce emissioni, richiede controlli rigorosi, movimenta rifiuti e ceneri, pesa sul territorio e sulla sua qualità dell’aria. Chiamarlo “soluzione” non cancella questi problemi. E non basta cambiare etichetta — da inceneritore a termovalorizzatore — per trasformare un impianto industriale in un depuratore d’aria.

La Val Bormida non deve scegliere tra benzene e fumi. Non deve accettare il ricatto di chi le dice: avete già l’inquinamento, tanto vale aggiungere un altro impianto. Al contrario, deve pretendere bonifiche, controlli indipendenti, trasparenza totale sui dati ambientali e decisioni che riducano davvero il carico sanitario e industriale della valle.

Il benzene dell’Italiana Coke va affrontato con serietà e determinazione, senza minimizzazioni e senza passerelle. Ma usarlo, anche solo indirettamente, per rendere più digeribile l’ipotesi dell’inceneritore sarebbe una furbata politica imperdonabile: prima si alimenta la paura per un inquinamento reale, poi si propina una presunta cura che rischia di aggravare il male.

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