Balneari contro le spiagge libere: una protesta che fa indignare

Leggere la protesta dei balneari contro le “troppe spiagge libere” provoca, inevitabilmente, indignazione. Indignazione perché, dati alla mano e percezione comune alla mano, le spiagge libere non sono affatto troppe: sono poche, frammentate e, anno dopo anno, sempre più residuali.

Il caso di Spotorno è emblematico. L’incontro del 12 gennaio sul nuovo Piano Urbanistico Demaniale (PUD) si annuncia teso, con l’Associazione Bagni Marini sul piede di guerra contro l’amministrazione comunale, accusata di voler aumentare in modo eccessivo le porzioni di arenile destinate a spiaggia libera. Secondo i balneari, si parlerebbe addirittura di un’ipotesi di triplicazione, giudicata dannosa per le imprese e per l’indotto turistico.

Ma qui sta il nodo politico e culturale della questione: da quando in qua restituire spazio pubblico ai cittadini è diventato uno scandalo?

Spiagge libere: poche e sempre più marginali

In gran parte della Riviera ligure – e non solo – il litorale è ormai occupato quasi interamente da concessioni. I tratti di spiaggia libera, quando esistono, sono spesso piccoli, difficilmente accessibili, privi di servizi essenziali e sovraffollati nei mesi estivi. Parlare di “accesso selvaggio” alle spiagge libere suona quantomeno paradossale: se c’è affollamento, è proprio perché lo spazio pubblico è insufficiente rispetto alla domanda reale.

La realtà è che il mare è un bene comune, non una pertinenza esclusiva di chi ne ha ottenuto la concessione. Le concessioni balneari sono, per definizione, temporanee e insistono su un bene demaniale che appartiene a tutti. Un principio che per anni è stato di fatto ignorato, trasformando interi litorali in corridoi a pagamento.

Investimenti privati e interesse pubblico

I balneari rivendicano gli investimenti fatti nel tempo per migliorare strutture e servizi. È un argomento legittimo, ma non può diventare un alibi per cristallizzare uno status quo squilibrato. Gli investimenti privati ricordano che le concessioni non sono proprietà, bensì autorizzazioni a tempo, subordinate all’interesse pubblico.

E l’interesse pubblico oggi è chiaro: garantire un accesso equo e reale al mare, soprattutto per chi non può permettersi ombrelloni e lettini a prezzi sempre più proibitivi. In un contesto di salari bassi e inflazione crescente, la spiaggia libera non è un capriccio ideologico, ma una necessità sociale.

La paura della direttiva europea

Sul tavolo c’è anche la questione della direttiva europea sulle concessioni demaniali, spesso evocata come una minaccia. Ma il vero problema non è l’Europa: è il ritardo italiano nell’affrontare seriamente una riforma del demanio marittimo che tenga insieme concorrenza, tutela degli investimenti e diritto dei cittadini.

Usare lo spauracchio della “devastazione dell’indotto” o del “deprezzamento degli alloggi” rischia di essere una narrazione difensiva, poco credibile agli occhi di chi, da anni, vede ridursi lo spazio pubblico a favore di quello privato.

Una domanda semplice

Alla fine, la domanda è molto più semplice di quanto si voglia far credere: le spiagge devono essere prima di tutto dei cittadini o dei concessionari?
Finché questa domanda resterà senza una risposta chiara, ogni discussione sui PUD sarà inevitabilmente conflittuale.

Ma una cosa è certa: indignarsi per le “troppe spiagge libere” in una regione dove il mare libero è sempre più raro significa aver perso il senso della misura. E forse anche quello del bene comune.

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