Bagni marini: la favola della terza generazione (e il grande equivoco del “bene ereditato”)

Ogni volta che si parla di spiagge libere, concessioni e demanio, spunta sempre la stessa storia: “Siamo qui da 50 anni, siamo alla terza generazione, è una tradizione di famiglia”.
È la difesa più usata, la più emotiva, la più efficace mediaticamente. E anche la più fuorviante.

Perché c’è un dettaglio che viene sistematicamente dimenticato: nessuno ha mai ereditato quei bagni.
Non sono un terreno privato, non sono una bottega di paese, non sono un capannone industriale: sono un bene pubblico dato in concessione temporanea.

Il mare non è di famiglia. La spiaggia non è un lascito del nonno.
È dello Stato, cioè di tutti.

Dire “è la terza generazione” serve solo a creare l’illusione che esista un diritto naturale alla continuità, come se la concessione fosse una specie di feudo medievale trasmesso per discendenza. Ma giuridicamente non è così, e non lo è mai stato.

Il vero scandalo: non i lettini che spariscono, ma il cemento che resta

C’è poi un altro aspetto che nelle lacrime dei concessionari viene sempre accuratamente rimosso: le costruzioni.

La legge è chiarissima:
sul demanio marittimo si possono realizzare solo strutture amovibili, stagionali, temporanee.
Smontabili. Leggere. Reversibili.

A Spotorno (ma non solo) invece cosa troviamo?
Non chioschi. Non pedane.
Case in cemento armato. Bar in muratura. Ristoranti permanenti. Verande fisse. Magazzini che sembrano villette.

Altro che “stabilimenti”: in molti casi sono vere e proprie lottizzazioni mascherate da servizi balneari.

E qui il paradosso diventa grottesco:
chi ha occupato stabilmente un bene pubblico con costruzioni che la legge vieta, oggi si presenta come vittima di un’ingiustizia.

È come parcheggiare per 30 anni in doppia fila e poi indignarsi quando finalmente arriva il vigile.

“Danni a tutta Spotorno”? No: danni al monopolio

Quando si dice che senza nove bagni “crollerà l’economia del paese”, si sta dicendo una cosa molto precisa:
che l’economia di Spotorno dipende dal fatto che il mare sia privatizzato.

Ed è esattamente questo il problema.

Un turismo sano non si fonda su ombrelloni numerati e recinti, ma su:

  • accessibilità,

  • servizi diffusi,

  • spazi pubblici curati,

  • qualità urbana.

Invece qui si difende un modello basato su:

  • rendita,

  • occupazione esclusiva,

  • barriere fisiche,

  • e consumo permanente di suolo demaniale.

Altro che “orde di bagnanti incontrollabili”:
il vero incubo di alcuni non è la folla, ma la concorrenza.
Il terrore non è il caos, è perdere l’esclusiva su un pezzo di costa.

La retorica del lavoro locale (a geometria variabile)

Anche l’argomento dei lavoratori è sempre usato a senso unico:
“diamo lavoro a dieci persone, quattro sono di Spotorno”.

Benissimo.
Ma allora perché:

  • le spiagge libere attrezzate non potrebbero creare lavoro?

  • i servizi pubblici non potrebbero essere gestiti da cooperative locali?

  • il Comune non potrebbe costruire un modello occupazionale diverso dalla rendita familiare?

Il lavoro non è proprietà privata di chi occupa il demanio.
È una funzione sociale che può (e deve) essere redistribuita.

La verità che nessuno vuole dire

Il punto reale è questo, ed è semplice:
per decenni si è tollerato che concessioni temporanee diventassero appropriazioni permanenti.
Si è chiuso un occhio (spesso entrambi) su:

  • abusi edilizi,

  • ampliamenti “creativi”,

  • strutture mai rimosse,

  • proroghe automatiche.

Ora che qualcuno prova ad applicare una regola minima (40% di spiaggia libera, come chiede l’Europa e la legge italiana), improvvisamente scoppia lo scandalo morale.

Ma non è uno scandalo.
È solo la fine di una rendita storica travestita da tradizione.

E forse la vera domanda non è:
“che fine farà la terza generazione dei bagni?”

Ma questa:
perché per 50 anni nessuno si è chiesto che fine facesse il bene pubblico?

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