C’è qualcosa di profondamente savonese nella storia dello Stadio Valerio Bacigalupo: promesse, sopralluoghi, annunci… e poi puntualmente la realtà che presenta il conto.
L’ultima puntata della telenovela è una “fumata nera” che pesa. I fondi regionali si riducono, dal 70% al 50%. Tradotto: circa 600 mila euro in meno e un Comune chiamato a coprire una cifra che rischia di diventare insostenibile. E quando i conti non tornano, a Savona spesso salta tutto.
Il progetto c’era: campo sintetico, gradinate sistemate, ritorno del calcio vero. Il sogno era semplice — riportare il Savona FBC a casa. Ma tra vincoli urbanistici, rischi idrogeologici e fondi ballerini, anche questa volta il traguardo si allontana.
E così il Bacigalupo resta lì, sospeso. Non abbastanza sicuro per vivere, non abbastanza morto per essere rifatto. Una terra di mezzo che i tifosi conoscono bene, costretti a guardare le partite altrove mentre lo stadio della città invecchia a porte chiuse.
La sensazione è sempre la stessa: grandi parole, piccoli passi. E nel frattempo il tempo passa, il degrado avanza e la pazienza si consuma.
Più che un impianto sportivo, il Bacigalupo è diventato uno specchio della politica locale: ogni tanto si accende una luce, poi torna il buio.






