C’è qualcosa di profondamente ligure — e tristemente savonese — nella storia dell’Aurelia Bis: un’opera sempre “quasi finita”, sempre “in ripartenza”, sempre accompagnata da annunci solenni che puntualmente si scontrano con la realtà.
Adesso ci risiamo. Nuovo giro, nuova corsa: il cantiere ripartirà il 18 maggio, dicono. Fine lavori? Tra 900 giorni. Tradotto: altri tre anni. Sempre che tutto fili liscio — e a questo punto crederci richiede uno sforzo di fede più che di logica.
Il grande paradosso: 85% fatto… ma servono altri anni
Il dato che più colpisce è uno: l’opera sarebbe già completata all’85%. E allora la domanda è inevitabile: com’è possibile che per il restante 15% servano quasi tre anni?
Qui non siamo più nel campo dei ritardi fisiologici o delle complicazioni tecniche. Qui siamo dentro un cortocircuito tutto italiano — fatto di appalti saltati, aziende sostituite, contenziosi, varianti e, ovviamente, costi che lievitano.
Perché anche su questo il copione è già scritto: i 62 milioni previsti potrebbero aumentare. Ancora. Sempre. Come se fosse normale.
Il teatrino della politica: preoccupati, ma sempre dopo
I sindaci parlano di “ferita per la comunità”. Ed è difficile dar loro torto. Ma la sensazione è che questa ferita venga sempre scoperta troppo tardi, quando ormai è già infetta.
Si chiedono tempi più rapidi, si invocano riduzioni, si aprono tavoli tecnici. Tutto giusto. Ma dov’erano questi margini di pressione prima? Perché ogni volta si arriva a rincorrere, invece di prevenire?
E soprattutto: quante volte abbiamo già sentito la frase “questa è una priorità assoluta”?
La telenovela infinita
L’Aurelia Bis è diventata una saga. Prima la ditta che fallisce, poi la rescissione del contratto, poi il subentro, poi i materiali da smaltire, poi i nuovi cronoprogrammi.
E nel frattempo?
Nel frattempo il traffico resta quello di sempre. Le code pure. I disagi quotidiani per cittadini e imprese anche.
E attenzione a un dettaglio non secondario: prima ancora di ripartire, si parla già di problemi da risolvere — come lo smarino lasciato dalla precedente impresa. Tradotto: si riparte già con zavorre sulle spalle.
La vera questione: credibilità zero
Il punto non è più solo l’opera in sé. È la credibilità delle istituzioni e del sistema che la gestisce.
Perché quando un’infrastruttura diventa una “telenovela infinita”, il danno non è solo economico o logistico. È culturale. È la normalizzazione del ritardo, dell’inefficienza, dell’annuncio che vale più del risultato.
E così ogni nuova data non è una promessa, ma una scommessa.
E non è finita qui
La cosa più preoccupante? È che ormai nessuno crede davvero che questo sia l’ultimo capitolo.
Perché se la storia dell’Aurelia Bis ci ha insegnato qualcosa, è che al peggio non c’è mai fine.
E allora la vera domanda non è quando finirà.
Ma quale sarà la prossima sorpresa.






