Michele Bello (Cgil-Fillea) lo ha detto senza mezzi termini: «L’Aurelia Bis è diventata la barzelletta d’Italia». E ha ragione. Dopo trent’anni di annunci, tagli del nastro virtuali, promesse di accelerazioni e selfie in cantiere, ci ritroviamo sempre allo stesso punto: lavori fermi, soldi pubblici bruciati, operai lasciati nel limbo e nessuna decisione definitiva.
E, soprattutto, assistiamo alla solita commedia politica recitata dal duo Rixi–Ripamonti, che da anni giura che “manca solo un ultimo sforzo”, “stiamo per sbloccare tutto”, “siamo vicini alla soluzione”. Risultato: non si muove più un sasso.
La resa dei conti (forse)
A Roma, nel tribunale fallimentare, devono ancora decidere se estromettere l’Ici dall’appalto. Sembra incredibile, ma la più grande opera viaria del territorio savonese – una superstrada iniziata nel secolo scorso, costata finora 273 milioni di euro – dipende da una sentenza che si trascina da mesi.
Nel frattempo, Ici è in gravi difficoltà economiche, ha venduto pezzi di azienda in Calabria e riesce a malapena a pagare cinque operai e due impiegati ancora presenti nei cantieri. E solo l’ultima mensilità, perché quelle precedenti le ha dovute saldare direttamente Anas. Un quadro tragicomico.
Sindacati convocati dopo mesi di silenzio
Dopo infinite richieste ignorate, oggi finalmente i sindacati incontrano i dirigenti dell’Hub Savona, la famosa Ati guidata da Ici.
“Volevano fare l’incontro in videoconferenza” – ricordano Cisl-Filca e Cgil-Fillea – come se stessimo parlando di una chiacchierata informale e non del destino di un’opera pubblica da centinaia di milioni.
La verità è che da parte dell’azienda non trapela nulla. Zero. Né sul piano economico, né legale, né industriale. Zero anche sulle reali intenzioni in caso di estromissione. Zero sul personale. Zero sul futuro delle maestranze.
L’incubo della seconda ditta (dopo dieci anni)
In teoria, se l’Ici decade, subentra automaticamente la seconda classificata alla gara europea di allora.
In teoria.
Perché in pratica sono passati talmente tanti anni che non si sa nemmeno se quella ditta esiste ancora, se ha interesse, se ha mezzi e tecnici disponibili.
Paradossale per un’opera arrivata all’80% della realizzazione.
E Rixi? E Ripamonti?
Assicurano di “aver già individuato due imprese pronte a entrare”.
Ma è la stessa promessa che ascoltiamo da anni. Ogni volta la stessa liturgia: “mancano poche settimane”, “stiamo per sbloccare tutto”, “ci siamo quasi”.
Poi passano altri mesi e la montagna partorisce il solito topolino.
273 milioni buttati, territorio ostaggio
Il tratto Albisola–Savona–corso Ricci è già costato 273 milioni di soldi pubblici.
È una cifra enorme. Ed è ancora tutto fermo.
Con i cantieri bloccati:
-
i cittadini continuano a sopportare traffico e inquinamento,
-
le attività economiche subiscono danni,
-
gli operai vivono nell’incertezza,
-
il territorio perde competitività,
-
e la politica continua a vendere parole.
Basta con le favole: serve un atto di verità
Il limbo non è più accettabile.
La situazione è sfuggita di mano da troppo tempo, tra errori, ritardi, promesse irrealizzabili e una gestione dell’appalto che definire imbarazzante è un complimento.
Michele Bello ha ragione: questa è diventata una barzelletta nazionale.
Ma il problema è che nessuno ha più voglia di ridere.
Si esca dal teatro delle conferenze stampa, si dica finalmente come stanno le cose, e si dica soprattutto la verità ai cittadini:
-
Chi completerà l’Aurelia Bis?
-
Quando?
-
Con quali soldi?
-
E cosa succede alle maestranze?
Fino a quando queste risposte non arriveranno, la responsabilità politica ricadrà tutta su chi ha promesso, ripromesso e rinviato ogni decisione.
E qui il duo Rixi–Ripamonti non può più nascondersi dietro qualche dichiarazione di circostanza.
Savona non ha bisogno di propaganda. Ha bisogno di un’opera che si faccia davvero.






