C’è qualcosa di profondamente stonato nel rinnovato entusiasmo istituzionale attorno all’Aurelia Bis. Un’opera concepita oltre quindici anni fa, figlia di un’idea di mobilità ormai superata, viene oggi riproposta come soluzione salvifica ai problemi di traffico di Savona. Ma la realtà racconta tutt’altro.
Dopo la decisione del tribunale di Roma che ha consentito ad Anas di rescindere il contratto con l’impresa appaltatrice Ici, il sindaco Marco Russo ha scritto al viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi, chiedendo di accelerare sull’affidamento dei lavori dell’Aurelia Bis. Una richiesta che arriva accompagnata dalla solita retorica: “opera non più rinviabile”, “riduzione del traffico”, “separazione dei flussi”.
Parole già sentite. Troppe volte.
Un’opera infinita, ma soprattutto inutile
Il problema non è solo la durata grottesca del cantiere – avviato nel 2013 e ancora lontano dalla conclusione – ma la sua utilità reale. L’Aurelia Bis nasce per un mondo che non esiste più: quando il traffico portuale aveva altri volumi, quando non esistevano le attuali criticità ambientali, quando non si parlava di riduzione dei flussi su gomma ma solo di come farli scorrere più velocemente.
Oggi, a distanza di oltre un decennio, quell’infrastruttura appare vecchia prima ancora di essere completata. Non risolve il problema del traffico pesante: lo sposta. E lo spostamento previsto è tutt’altro che indolore.
Il grande rimosso: Corso Ricci
C’è un aspetto che nel dibattito ufficiale viene accuratamente evitato: tutti i camion verranno dirottati su Corso Ricci. Altro che “alleggerimento della città”. Con l’apertura dell’asse previsto, gran parte del traffico da e per il porto finirà per concentrarsi su una delle arterie urbane più delicate, già oggi congestionata e pericolosa.
Non solo: anche una quota di Tir e autobus che oggi escono ad Albisola e raggiungono il porto passando da via Gramsci verrà instradata lungo l’asse Ricci–Mazzini. Il risultato sarà un imbuto urbano, con effetti devastanti su sicurezza, vivibilità e qualità dell’aria.
Alla luce del recente e tragico incidente di corso Tardy & Benech, parlare di “miglioramento della sicurezza” suona quasi offensivo. Qui non si separa il traffico pesante da quello urbano: lo si concentra.
Promesse, annunci e silenzi
Nel giugno 2023 lo stesso sindaco, davanti alle telecamere del Tg3 Liguria, annunciava trionfalmente la ripresa dei lavori, parlando di conclusione del primo lotto entro mille giorni. Oggi siamo dopo quasi 2 anni da quell’annuncio e il cantiere è di nuovo fermo. La lezione, evidentemente, non è servita.
Viene da chiedersi se non sarebbe stato più serio tacere e lavorare, invece di alimentare una narrazione ottimistica su un’opera che continua a inciampare negli stessi errori: appalti sbagliati, imprese inadempienti, controlli carenti. Affidare per due volte un’infrastruttura strategica a ditte che non hanno rispettato gli impegni non è sfortuna: è cattiva amministrazione.
Il prezzo lo pagano Savona e le Albisole
Nel frattempo, Savona e le Albisole continuano a pagare. Quartieri ostaggio dei cantieri, traffico paralizzato, rumore, polveri, insicurezza. E ora si profila uno scenario in cui, per “risolvere” un problema, se ne crea uno ancora più grave, spostando i Tir da un’area all’altra senza una visione complessiva.
L’Aurelia Bis non è più una soluzione. È un residuo del passato, tenuto in vita per inerzia politica e per incapacità di ammettere che il modello su cui si basa è fallito. Continuare a inseguirla significa perdere altro tempo, altre risorse e, soprattutto, scaricare ancora una volta i costi sulle città e sui cittadini.
Più che accelerare su un’opera vecchia, servirebbe il coraggio di fermarsi e chiedersi se abbia ancora senso. Ma questo, forse, è il vero tabù.






