Attendere notizie di un familiare in rianimazione seduti per terra: così oggi al San Paolo

Nel reparto di rianimazione dell’ospedale San Paolo di Savona, prima del Covid, esisteva una piccola saletta destinata ai familiari dei pazienti ricoverati in terapia intensiva. Uno spazio semplice, ma fondamentale: un luogo di attesa, di silenzio, di rispetto, dove affrontare uno dei momenti più difficili che una persona possa vivere.

Con l’emergenza Covid quella saletta è stata chiusa.
Ma, terminata l’epidemia, non è mai stata riaperta.

Oggi l’attesa delle notizie avviene in condizioni che definire indegne è poco. I familiari sono costretti a sedersi per terra, con la schiena appoggiata ai vetri del cosiddetto tubo grigio che collega il Pronto Soccorso all’ospedale, oppure a restare in piedi per ore. Lo fanno perché vogliono rimanere lì, davanti alla porta della rianimazione, aspettando che si apra, che un medico esca, che uno sguardo o una parola possano dare notizie sul proprio caro.

In quei momenti nessuno se la sente di seguire il consiglio – pur comprensibile – degli infermieri di tornare a casa in attesa di una telefonata. Quando una persona che ami è in rianimazione, l’attesa non è logistica: è emotiva, è fisica, è totale. Si resta lì perché andarsene sembra un tradimento, perché ogni minuto lontano pesa come un macigno.

È una situazione disumana e incivile. Ci sono persone anziane, familiari provati, madri, figli, compagni, che restano seduti per ore sul pavimento o in piedi, in silenzio, consumati dall’angoscia, in un luogo freddo e impersonale, senza uno spazio minimo di accoglienza.

Possibile che non si possa restituire un briciolo di umanità a chi sta vivendo una tragedia?
Possibile che non si riesca a riaprire quella saletta, offrendo almeno una sedia, un riparo, un luogo dignitoso di attesa?

Non si chiede un privilegio.
Si chiede rispetto.
E, soprattutto, umanità.

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