In questi mesi in cui la raccolta rifiuti porta a porta sta creando problemi in tutta la città, e la vecchia azienda Ata si avvia lentamente verso la conclusione della sua travagliata esistenza, vale la pena continuare a raccontare le vicende che l’hanno condotta fino a questo punto.
Le due tabelle che pubblichiamo in fondo oggi aiutano a capire meglio come siamo arrivati fin qui, e soprattutto chi ci è arrivato.
I “vecchi” di prima
Nella prima tabella compaiono i protagonisti delle scelte prese negli anni in cui Ata era ancora il “bancomat” del Comune.
Si tratta dei “vecchi” amministratori che, tra il 2011 e il 2014, parteciparono a decisioni che oggi pesano come macigni: dai forni crematori al parcheggio del Sacro Cuore, dal servizio di bike sharing alla gestione della sosta, fino alle bandierine per la visita del Papa, alle bollette dell’acqua del campo nomadi e alle spese di Cima Montà.
Tutti atti approvati in giunta o in consiglio da esponenti che ritroviamo, in gran parte, anche oggi nelle stanze del potere savonese:
Elisa Di Padova, allora assessore, oggi vicesindaco;
Francesco Lirosi, allora assessore, oggi presidente del Consiglio comunale;
Paolo Apicella, allora assessore oggi consigliere;
Marco Pozzo, presente allora in consiglio comunale, oggi tra i volti della lista “RiformiAmo Savona”.
E i “nuovi” di oggi
Nella seconda tabella troviamo invece i protagonisti attuali, quelli che, paradossalmente, dovranno chiudere la partita di Ata con il concordato preventivo — una “grazia” dal fallimento vero e proprio.
Ma a guardare bene, di “nuovo” c’è ben poco.
Molti dei nomi che oggi siedono in giunta o in consiglio erano già presenti (o vicinissimi) nelle stagioni politiche che hanno accompagnato la lenta deriva dell’azienda.
C’è chi allora votava le delibere e oggi governa la città.
C’è chi allora taceva e oggi parla di risanamento.
E c’è anche chi non sedeva in consiglio, ma di Ata conosceva molto da vicino i conti e le scelte: come Marco Ravera, già membro del Cda dell’azienda tra il 2014 e il 2016, e Barbara Pasquali, oggi assessore, ma all’epoca segretaria cittadina del PD — un ruolo che certo non le consentiva di ignorare ciò che stava accadendo.
Il cerchio che non si chiude
Così, tra “vecchi” e “nuovi”, si ricompone un cerchio che a Savona sembra non chiudersi mai.
Gli stessi nomi, gli stessi volti, gli stessi partiti — solo con poltrone diverse e stipendi aggiornati al 2024, come mostrano le previsioni di costo degli amministratori: oltre 800 mila euro l’anno, a regime.
Mentre la città affoga tra i sacchetti del porta a porta e Ata si avvia al suo epilogo giudiziario, resta un dubbio inevitabile:
quanti di coloro che oggi promettono “nuova gestione” non sono, in realtà, gli stessi che ieri hanno scritto il copione del disastro?
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