Area di crisi complessa: la telenovela savonese dove tutti parlano di rilancio e nessuno mostra il finale

C’è una parola che nella politica savonese funziona meglio del prezzemolo: rilancio. La si mette ovunque. Rilancio industriale, rilancio occupazionale, rilancio infrastrutturale, rilancio del porto, rilancio della Val Bormida. Peccato che, a forza di rilanciare, il savonese sembri più un tavolo da ping-pong che un territorio con una vera strategia industriale.

L’ultima puntata della telenovela si è consumata in Senato, dove si è parlato dell’area di crisi industriale complessa del savonese. Paolo Ripamonti, assessore regionale competente, ha rivendicato l’utilizzo integrale dei 45 milioni di risorse regionali, spiegando che ora bisogna aggiornare l’Accordo di programma del 2023 e concentrarsi su automotive, ciclo continuo, vetro, transizione energetica e infrastrutture ferroviarie. Anche Marco Russo, pur ricordando che Savona non è formalmente dentro il perimetro dell’area di crisi, ha rivendicato il coinvolgimento del capoluogo nel disegno di sviluppo territoriale.

Tutto molto solenne. Tutto molto istituzionale. Tutto molto “faremo”.

Il problema è che questa storia non nasce oggi. L’area di crisi industriale complessa del savonese è stata riconosciuta nel 2016, l’Accordo di programma originario è del 2018, poi è arrivato il nuovo Accordo del 10 agosto 2023, valido fino al 10 agosto 2026, con ulteriori 50 milioni, di cui 30 nazionali e 20 regionali. Invitalia indica una dotazione complessiva per il progetto savonese di 107,7 milioni, tra fondi nazionali e regionali.

E allora la domanda, banale ma inevitabile, è questa: dopo otto anni di tavoli, accordi, audizioni, comunicati, foto e strette di mano, dove si vede il grande salto industriale del savonese?

Ripamonti dice che i soldi regionali sono stati utilizzati. Bene. Ma “utilizzati” non significa automaticamente “trasformati in sviluppo”. La politica ama confondere la spesa con il risultato. Spendere risorse pubbliche è una cosa. Creare lavoro stabile, attrarre nuove imprese, rafforzare davvero le filiere produttive e fermare il declino industriale è un’altra. Molto più difficile. Molto meno fotogenica.

Il paradosso è che ogni volta che si parla di area di crisi complessa, sembra che il territorio debba ricominciare da capo. Prima si affrontano le crisi acute, poi si consolidano le imprese, poi si prevengono nuove crisi, poi si aggiornano gli accordi, poi si cercano economie, poi si chiede di intervenire sulle infrastrutture. Siamo sempre alla premessa. Mai al capitolo conclusivo.

E qui entra in scena anche Marco Russo. Il sindaco di Savona sottolinea che il capoluogo, pur non essendo nel perimetro dell’area di crisi, è pienamente coinvolto. Giusto. Savona è porto, logistica, servizi, collegamento naturale con Vado e Val Bormida. Ma anche qui la domanda è scomoda: quale idea industriale ha davvero Savona?

Perché il capoluogo non può limitarsi a salire sul palco quando si parla di fondi, tavoli e programmazione. Deve dire che ruolo vuole avere. Vuole essere città portuale? Città logistica? Città dei servizi? Città universitaria? Città industriale leggera? O semplicemente città degli annunci, dove si inaugura il futuro ogni tre mesi senza mai vederlo arrivare?

Russo parla giustamente di infrastrutture ferroviarie verso Val Bormida e Piemonte. Tema sacrosanto. Ma anche qui siamo davanti all’eterno ritornello savonese: senza infrastrutture non c’è sviluppo, però le infrastrutture restano sempre “strategiche”, “necessarie”, “fondamentali”, mai semplicemente realizzate.

La sensazione è che l’area di crisi complessa sia diventata una grande coperta politica: ci si infilano dentro tutti. Regione, Comuni, Provincia, Autorità portuale, industriali, sindacati. Tutti presenti. Tutti concordi. Tutti preoccupati. Tutti responsabili. E proprio perché sono tutti responsabili, alla fine non lo è mai nessuno.

Intanto il territorio resta fragile. Lo ammettono gli stessi protagonisti. Fragile l’industria, fragile l’occupazione, fragile il sistema infrastrutturale, fragile il rapporto tra porto e retroporto, fragile la Val Bormida, fragile la capacità di attrarre investimenti veri. Una fragilità permanente, che però curiosamente produce sempre nuovi tavoli e nuove dichiarazioni.

Ripamonti può rivendicare i fondi spesi. Russo può rivendicare la presenza di Savona nella partita. Ma i cittadini e i lavoratori hanno diritto a una domanda meno elegante e più concreta: quanti posti di lavoro veri, stabili e duraturi sono nati? Quante imprese nuove sono arrivate? Quante infrastrutture decisive sono state sbloccate? Quanto è cambiata davvero la vita economica del territorio?

Perché se dopo anni di “area di crisi complessa” siamo ancora qui a dire che il territorio è fragile, che bisogna aggiornare gli accordi, che servono infrastrutture, che occorre prevenire nuove crisi, allora forse il problema non è solo la crisi. È il metodo.

E il metodo savonese, ormai, lo conosciamo: annunciare, convocare, dichiarare, aggiornare, rilanciare. Poi, quando arriva il momento di fare il bilancio, si scopre che la telenovela continua.

Con una differenza: nelle telenovelas, almeno ogni tanto, succede qualcosa. Qui invece siamo ancora alla sigla iniziale

E mentre la politica continua a parlare di automotive, filiere strategiche, innovazione e transizione energetica, in Val Bormida cresce una sensazione quasi beffarda: dopo anni di area di crisi complessa, l’unica vera “novità industriale” che il territorio vede avvicinarsi concretamente sembra essere un inceneritore.

Non una nuova grande fabbrica.
Non un polo tecnologico.
Non un investimento simbolo della riconversione industriale savonese.

Ma un impianto per bruciare rifiuti.

Una conclusione che, più che un rilancio, somiglia a una resa.

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